Cuba sull'orlo del collasso umanitario, l'allarme dell'Onu e la crisi negli ospedali

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha espresso una preoccupazione che, definita estrema, travalica i confini della diplomazia per descrivere una realtà drammatica. La situazione umanitaria a Cuba, infatti, potrebbe aggravarsi fino al punto del collasso qualora persistessero le pressioni statunitensi sull'approvvigionamento di petrolio all'isola, un allarme diffuso dal portavoce Stéphane Dujarric. L'origine di questa spirale negativa risiede in gran parte nel decreto con cui l'amministrazione di Donald Trump minaccia dazi punitivi verso quei paesi che continuassero a vendere greggio all'Avana, una mossa giunta dopo l'interruzione delle forniture dal Venezuela, storico alleato energetico di Cuba. Di fronte a questa stretta, che agisce come una tenaglia su un'economia già stremata, il presidente cubano Miguel Diaz-Canel, in un discorso alla televisione di Stato, ha ribadito la disponibilità al dialogo con Washington, pur ponendo un limite netto all'accettazione di qualsiasi forma di pressione.

Il sistema sanitario in ginocchio e l'emergenza quotidiana

Gli effetti della carenza di carburante e dell'inasprimento dell'embargo si traducono, nelle vite dei cubani, in un logorante stillicidio di privazioni. Gli ospedali di tutta l'isola, privi dei materiali più essenziali, hanno dovuto sospendere gli interventi chirurgici non urgenti, mentre il personale medico denuncia l'assenza di farmaci fondamentali: dagli antibiotici agli antidolorifici, dai fluidi per via endovenosa alle semplici garze. Questa penuria, che paralizza il sistema sanitario, rappresenta soltanto uno dei volti della crisi. L'agenzia di stampa indipendente 14ymedio ha documentato, tra l'altro, la carenza di antidepressivi e medicine per le patologie croniche, un vuoto che aggrava il già pesante disagio sociale.

La paralisi energetica e il razionamento del carburante

La crisi energetica, divenuta ormai endemica, impone un razionamento severissimo del carburante, il quale a sua volta causa il blocco quasi totale dei trasporti pubblici e il fermo di interi settori produttivi. Molti hotel dedicati al turismo, una delle poche fonti di valuta estera rimaste, sono stati costretti a chiudere per mancanza di risorse, mentre le interruzioni di corrente elettrica sono frequenti e prolungate, segnando le giornate di buio e incertezza. Questa paralisi, che si riverbera su ogni aspetto della vita quotidiana, dipinge il quadro di un paese la cui tenuta, secondo le Nazioni Unite, è seriamente compromessa.

Il nodo politico e la strada del dialogo

In questo contesto, la risposta politica dell'Avana si articola tra l'appello alle istituzioni internazionali e la ricerca di una via d'uscita negoziale. La dichiarazione di Diaz-Canel, che si è detto pronto a discutere con gli Stati Uniti "su qualsiasi argomento", ma senza cedere a imposizioni, delinea una posizione di apparente apertura che tuttavia scontra la fermezza delle misure adottate da Washington. L'amministrazione Trump, riconfermata alla guida degli Stati Uniti, ha infatti mantenuto e inasprito una linea di pressione massima, utilizzando lo strumento del commercio petrolifero come leva per ottenere concessioni. La partita, che vede al centro il destino di undici milioni di persone, si gioca dunque sul filo di un equilibrio umanitario sempre più precario, dove la penuria di beni primari rischia di sfociare in una vera e propria catastrofe.

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