La vitamina D non sale nonostante il sole? L’errore comune di assorbimento (e il saggio del dott. Benincasa)

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Quando la bella stagione porta con sé giornate più lunghe e una maggiore esposizione ai raggi solari, ci si aspetterebbe un incremento fisiologico dei livelli di vitamina D. E invece, non di rado, gli esami del sangue continuano a mostrare valori insufficienti di 25(OH)D. Il paradosso, che frustra molti pazienti, ha in realtà una spiegazione biochimica piuttosto precisa che poco ha a che fare con le ore trascorse all’aria aperta. La vitamina D, a differenza delle sue “colleghe” idrosolubili come la C o quelle del gruppo B, segue un percorso metabolico complesso: per essere assorbita a livello intestinale – sia essa quella sintetizzata dalla pelle tramite i raggi UVB, sia quella introdotta con gli alimenti o gli integratori – ha bisogno urgentemente della presenza di grassi.

Farmacocinetica a tavola: l’errore che annulla l’integratore

Il meccanismo, se vogliamo, è simile a quello che regola l’assorbimento degli acidi grassi essenziali. La molecola del colecalciferolo (vitamina D3) deve essere emulsionata dagli acidi biliari e inrata in micelle lipidiche per poter attraversare la mucosa intestinale ed entrare nel circolo linfatico. Se si assume l’integratore a stomaco vuoto, magari sorseggiando un caffè o con una colazione a base di soli zuccheri e carboidrati raffinati, la cistifellea non riceve lo stimolo alla contrazione. Il risultato, confermato da numerose osservazioni cliniche, è che la gran parte della dose viene espulsa con le feci senza mai entrare in circolo. Non basta quindi “prendere la vitamina”; serve rispettare la sua natura lipofila, associandola idealmente al pasto principale dove siano presenti grassi di qualità (olio extravergine d’oliva, frutta secca, pesce, o anche un semplice tuorlo d’uovo).

Il viaggio della vitamina: fegato, reni e metabolismo affaticato

A complicare ulteriormente il quadro, non basta che la vitamina entri nel sangue: una volta assorbita, essa viaggia legata a specifiche proteine di trasporto alla volta del fegato. Qui avviene la prima idrossilazione (trasformazione in 25-idrossivitamina D), che la rende misurabile nel sangue ma ancora inattiva. Il secondo passaggio, cruciale, avviene nei reni: grazie all’enzima 1-alfa-idrossilasi, la molecola viene convertita nella sua forma attiva, il calcitriolo (1,25-diidrossivitamina D). Se l’organismo è affaticato, in presenza di patologie epatiche o renali subcliniche – o semplicemente con l’avanzare dell’età, quando la sintesi cutanea e la conversione renale rallentano – il processo di attivazione subisce un rallentamento significativo. Anche una disfunzione del tessuto adiposo gioca un ruolo: nelle persone con un indice di massa rea elevato, la vitamina D tende a essere sequestrata e “diluita” nel grande serbatoio del grasso corporeo, rimanendo meno disponibile per la circolazione attiva.

Nuove pubblicazioni e consapevolezza scientifica

In questo contesto di riscoperta dei meccanismi sottili della nutraceutica, si inserisce l’ultimo lavoro di ricerca del dott. Santi Benincasa. Il professionista, come si legge in un’uscita datata 29 aprile 2026, ha pubblicato su Amazon un saggio dedicato a quella che lui stesso definisce la “vitamina della luce”. L’opera, edita a Monterosso Almo, non si limita a ribadire il ruolo della molecola nell’omeostasi del calcio – relegando definitivamente alle note storiche l’idea che sia solo una semplice “alleata delle ossa” – ma esplora il legame, spesso fragile nella vita moderna, tra l’uomo e l’ambiente luminoso. Il testo del dott. Benincasa, che si presenta come un viaggio tra scienza e consapevolezza, parte proprio da un dato clinico concreto: viviamo in un mondo pieno di luce, eppure siamo carenti della sostanza che quella luce dovrebbe generare.

Quando e come assumerla: orari e abbinamenti vincenti

Per evitare che i benefici vengano annullati da piccole distrazioni metodologiche, la cronobiologia offre qualche ulteriore suggerimento pratico. Contrariamente a quanto spesso si crede, non esiste un’ora “magica” valida per tutti, ma l’assunzione è preferibile durante i pasti in cui si introducono lipidi. Se si utilizzano formulazioni in gocce su base oleosa o softgel, l’assorbimento è generalmente garantito anche a stomaco vuoto; se invece si utilizzano compresse secche, la presenza di cibo diventa un prerequisito indispensabile. Alcuni esperti suggeriscono di assumerla durante il pranzo o la cena piuttosto che a colazione, per sfruttare un pasto generalmente più completo, evitando al contempo il possibile effetto collaterale (sebbene non universalmente documentato) di un lieve disturbo del sonno quando assunta in tarda serata. L’obiettivo, in definitiva, non è solo prendere il sole o deglutire una compressa, ma orchestrare la sinfonia chimica che trasforma un precursore inerte in un ormone vitale per il sistema immunitario e la densità ossea.

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