L’errore comune che annulla gli effetti del sole e degli integratori di vitamina D

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Salute Redazione Salute   -   Quando la primavera allunga le giornate e ci si espone più volentieri ai raggi solari, ci si aspetterebbe un naturale incremento dei livelli di vitamina D. Eppure, nonostante la pelle venga sollecitata dalla luce o si segua una regolare integrazione, i valori nel sangue restano spesso ostinatamente bassi. Il problema, spiegano gli esperti, non risiede tanto nella quantità di esposizione o di assunzione, quanto nella biodisponibilità: una serie di interferenze metaboliche e abitudini sbagliate che impediscono all’organismo di utilizzare questa sostanza liposolubile, trasformando di fatto uno sforzo sanitario in un esercizio vano.

Il paradosso della D2: quando l’integratore giusto abbatte i livelli della D3

C’è una credenza, dura a morire, che vuole la vitamina D2 (di origine vegetale) e la D3 (quella animale, prodotta dalla pelle al sole) sostanzialmente equivalenti. Una meta-analisi pubblicata su *Nutrition Reviews* e condotta dall’Università del Surrey in collaborazione con il John Innes Centre ha però scoperto un meccanismo controintuitivo: chi assume integratori a base di D2 vede paradossalmente ridurre i propri livelli ematici della forma più efficace, la D3. Il, insomma, sembra “confondere” le due forme, e l’assunzione di una andrebbe a sopprimere l’altra, vanificando l’effetto desiderato. Non si tratta quindi di scegliere un prodotto a caso sullo scaffale, perché la scelta tra D2 e D3 può determinare l’esito clinico opposto a quello sperato, abbassando i livelli proprio di quell’ormone (perché tale è, a tutti gli effetti) che si voleva alzare.

L’effetto del gene VDR sul rischio diabetico (e l’assorbimento)

Ma anche la scelta della molecola corretta non basta, se a monte esiste una predisposizione genetica che rende alcuni individui “resistenti” all’azione della vitamina. Uno studio apparso su *JAMA Network Open* ha analizzato il comportamento di persone in condizione di prediabete, una fase in cui la glicemia è alta ma non ancora patologica. Negli Stati Uniti, questo quadro clinico riguarda oltre 115 milioni di individui, un dato che ne sottolinea l’urgenza preventiva. Ebbene, la ricerca ha evidenziato come il polimorfismo del recettore della vitamina D (il gene VDR) determini chi trae beneficio dall’integrazione e chi no: chi possiede la variante genetica definita "AA" (circa il 30% della popolazione) non risponde alla supplementazione, mentre i portatori delle varianti AC o CC mostrano una riduzione del 19% del rischio di progressione verso il diabete conclamato. Non si tratta di una carenza di apporto, dunque, ma di una differente efficacia del "lucchetto" molecolare che lega la sostanza alle cellule.

L’orario, i grassi e l’interferenza con il magnesio

La biodisponibilità, poi, dipende in larga misura dalle modalità di assunzione. Essendo liposolubile, la vitamina D necessita di un veicolo grasso per essere veicolata nell’intestino: se ingerita a stomaco vuoto o con un pasto privo di lipidi, l’assorbimento crolla drasticamente. Le linee guida suggeriscono di associarla al pasto più ricco della giornata, eventualmente abbinandola a grassi sani come l’olio d’oliva o l’avocado. Ma oltre al “come”, conta anche il “con chi”. L’abbinamento con cibi ricchi di fibre o acido fitico (presente in legumi e cereali integrali) può agire come una trappola, sequestrando la vitamina prima che venga assorbita. Esiste poi una relazione, spesso trascurata, con il magnesio: se da un lato il magnesio è essenziale per attivare la vitamina D, un suo eccesso contestuale può scatenare disturbi intestinali che ne compromettono l’assimilazione. Ugualmente insidiosi sono i preparati a base di erba di San Giovanni, utilizzati per l’umore, che accelerano il metabolismo epatico espellendo rapidamente la vitamina dal circolo.

Sole, cherosene e metabolismo renale ed epatico

Infine, non bisogna dimenticare che il sole è solo l’innesco, non il combustibile. L’esposizione ai raggi UVB converte il colesterolo presente nella pelle in una forma grezza di vitamina D, che deve ancora subire due idrossilazioni: la prima nel fegato (che la trasforma in calcifediolo) e la seconda nel rene (che la rende finalmente attiva). Se il fegato è affaticato da farmaci o da una dieta squilibrata, o se la funzionalità renale è ridotta, questo processo di raffinamento rallenta o si blocca, lasciando in circolo una molecola inerte. Un obeso, inoltre, tende a sequestrare la vitamina nel tessuto adiposo, dove rimane intrappolata senza mai entrare in circolo. L’errore comune, quindi, è credere che basti qualche ora di sole primaverile o una capsula ingerita frettolosamente: senza un sistema digestivo che la accolga con i grassi giusti, senza un patrimonio genetico che la riconosca e senza organi filtro efficienti, la vitamina D rimane solo una promessa chimica nel flusso sanguigno.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.