Pogacar e la Parigi-Roubaix, l’assalto a un’impresa che nessuno ha mai compiuto
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Redazione Sport
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Quando un campione come Tadej Pogacar indica un obiettivo, l’intero mondo del ciclismo tende a trattenerne il fiato, quasi temendo – o forse sperando – che la realtà possa eguagliare la portata delle ambizioni. Lo sloveno, che ha già abituato il pubblico a imprese tanto spettacolari quanto inattese, ha scelto la sfida del 2026 con una chiarezza che lascia poco spazio a interpretazioni: entrare nella storia della disciplina vincendo tutte e cinque le Classiche monumento in una singola stagione. Un’impresa, quest’ultima, che nessun corridore, nemmeno i più grandi del passato, è mai riuscito a realizzare. Eppure, a dettare i tempi di questo ambizioso disegno non sono soltanto i sogni, bensì un calendario spietato: la Parigi-Roubaix, in programma domenica 12 aprile, rappresenta il terzo atto di una potenziale epopea, dopo la tradizionale apertura sulle strade del pavé fiammingo.
L’Inferno del Nord spalanca i suoi cancelli
La 123ª edizione della corsa, che i francesi amano definire «l’Enfer du Nord», si annuncia come un crogiolo di polvere, pietre e volontà. Si parte da Compiègne alle undici, con i corridori che affronteranno 258,3 chilometri di dolore puro, un percorso che non concede tregua nemmeno nei suoi tratti apparentemente più lineari. L’arrivo è previsto poco prima delle diciassette al velodromo André-Pétrieux, dove solitamente la fatica disegna sui volti dei sopravvissuti espressioni che paiono più da naufraghi che da atleti. L’elemento che rende questa edizione ancor più avvincente – lo si mormora tra gli addetti ai lavori – è la possibilità concreta che Pogacar, al suo primo successo nella Roubaix, si ritrovi a inseguire un’intesa storica: quella di portare a casa, nello stesso anno, Milano-Sanremo, Giro delle Fiandre, Parigi-Roubaix, Liegi-Bastogne-Liegi e Giro di Lombardia.
Trenta settori di pavé per decidere il destino
Come da tradizione, l’organizzazione (Aso) ha pubblicato l’elenco dei settori sterrati dopo l’ormai rituale sopralluogo effettuato dallo stesso Pogacar insieme ai suoi uomini di fiducia. Trenta, in totale, i tratti di pavé che costelleranno il percorso, ciascuno contrassegnato dalle celebri stellette: più sono, maggiore il grado di difficoltà e più alta la probabilità di vedere spezzata la ruota di qualche favorito. Non si tratta, occorre ricordarlo, di una semplice successione di ciottoli, ma di una sequenza infernale in cui ogni accelerazione, ogni scelta di posizione e persino un piccolo cedimento della concentrazione possono trasformarsi in una caduta o in un inconveniente meccanico. La pioggia, che nelle ultime settimane ha imperversato sulla regione, ha reso alcuni settori viscidi e insidiosi, aggiungendo un ulteriore coefficiente di incertezza a una gara che già di per sé è una scommessa contro il fato.
Dopo le Fiandre, il grande ciclismo cambia già scenario
C’è ancora polvere sulle strade del Giro delle Fiandre – lo ammettono anche i più distratti – eppure l’attenzione si è già spostata. La Parigi-Roubaix non è soltanto una competizione, bensì un rito iniziatico: chi la vince porta sulla schiena una cicatrice che nessun trofeo potrà mai eguagliare. Pogacar lo sa, e forse proprio per questo ha voluto che il sopralluogo fosse meticoloso, quasi maniacale, quasi a volersi impossessare di ogni singola irregolarità del terreno prima ancora che la corsa abbia inizio. Sul piatto, per domenica, non c’è solo una vittoria, ma la possibilità concreta di vedere riscritti i libri di storia di questo sport. E se qualcuno ancora nutrisse dei dubbi, basterà ricordare che alla Roubaix non si vince solo con le gambe: la si doma con la testa, la si soffre con le ossa, e la si celebra, infine, con il silenzio di chi ha toccato il fondo ed è riuscito a risalire.




