Prezzi energetici alle stelle: le soluzioni per tagliare i costi

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Chi gestisce un’azienda, nel Biellese come nel resto della penisola, è ormai consapevole di quanto la volatilità dei prezzi energetici impatti sui costi di produzione; una consapevolezza che costringe i distretti industriali a fare i conti con bollette sempre più insostenibili, dove la voce energia non rappresenta più un picco temporaneo ma una criticità strutturale.

La classe imprenditoriale sa bene di cosa si parli, quando si discute di marginalità erosa dal caro-energia, perché la fattura sui consumi è diventata una delle voci di spesa più difficili da governare, incidendo pesantemente sulla competitività del made in Italy.

Decoupling nel mercato elettrico: un percorso lento ma già avviato

Perché l’elettricità, in Italia, deve seguire obbligatoriamente il costo del gas? Nei mercati elettrici europei il prezzo all’ingrosso si forma secondo il principio del marginal pricing: l’asta viene vinta dall’offerta più economica, eppure tutti i produttori vengono pagati al prezzo dell’unità più costosa accettata, cioè quella che chiude il mercato.

Nel nostro Paese, questa unità marginale è spesso una centrale a gas, da cui consegue che quando il metano diventa più caro, il prezzo dell’elettricità sale di pari passo, anche se gran parte dell’energia viene nel frattempo prodotta da fotovoltaico o idroelettrico, tecnologie il cui costo variabile è prossimo allo zero.

Per rispondere a questa stortura, il governo ha varato un decreto bollette che punta a incentivare il disaccoppiamento: la creazione di una piattaforma pubblica gestita da Gse e Acquirente Unico servirà ad agevolare la stipula di contratti di lungo termine (i Ppa) tra imprese e produttori green, un meccanismo che permette anche alle piccole e medie imprese di aggregarsi per acquistare energia a prezzo fisso, svincolandosi dalle fluttuazioni del gas di Amsterdam.

Il vero costo dell’energia in Italia e la via delle rinnovabili bloccate

Non c’è dubbio che quella che l’Iea non ha esitato a definire la più grande crisi energetica della storia stia lasciando i suoi segni anche in Italia, ancora così dipendente dal gas estero; basti pensare che da tre mesi a questa parte i prezzi al Ttf di Amsterdam sono tornati a ballare pericolosamente. Dall’attacco in Iran, il gas europeo è addirittura raddoppiato fino a toccare i 62 euro a Megawattora a metà marzo, e ancora oggi viaggia su un rialzo che sfiora il 50% (assestandosi a 46 euro per Megawattora).

In questo contesto, la Commissione Europea certifica che l’Italia continua ad avere i prezzi all’ingrosso dell’elettricità più alti tra i 27 Paesi membri, a causa della forte dipendenza dal gas nella produzione energetica: nel 2025 i prezzi hanno toccato i 116 euro per MWh contro una media europea di 85 euro.

Le soluzioni strutturali, come sottolineato anche dall’amministratore delegato di Enel, esistono ma restano bloccate da intoppi burocratici: ci sono circa 150 Gigawatt di progetti rinnovabili pronti a essere realizzati ma fermi in attesa di autorizzazione, un paradosso che riguarda anche il revamping dell’idroelettrico, fermo per l’incertezza sulle concessioni in scadenza nel 2029.

Il nodo dei margini e la leva fiscale per gli sconti in bolletta

Mentre si discute di transizione, i margini di generazione delle centrali a gas in Italia sono tornati a livelli molto elevati, riaprendo il dibattito sulla concorrenza nel mercato elettrico. Il cosiddetto clean spark spread, indicatore che misura la redditività della produzione termoelettrica, ha recentemente superato i 57 €/MWh, un segnale che – secondo analisti come ECCO Climate – suggerirebbe la necessità di un intervento dell’Antitrust per vigilare sul corretto funzionamento del mercato, piuttosto che limitarsi a sterilizzare i costi della CO2 a carico dei produttori.

Per finanziare il taglio degli oneri in bolletta (che si traduce in un risparmio annuo di circa 700 euro per un piccolo esercizio), il governo ha scelto una strada per certi versi controversa: un aumento di due punti percentuali dell’Irap per le grandi aziende del settore energetico, una misura che garantisce una copertura di oltre 430 milioni di euro per il 2026, ma che rischia di generare tensioni o tentativi di scaricare i costi altrove.

Le risorse stanziate, comunque, permetteranno un abbattimento immediato degli oneri generali di sistema per circa quattro milioni di imprese, mentre i nuclei familiari vulnerabili vedranno il bonus sociale salire a 315 euro complessivi.

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