Il «metodo Prevost» che trasforma il ruggito in pace: un anno di Leone XIV tra silenzi strategici e attacchi dall’America

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Redazione Interno Redazione Interno   -   «Sparire perché rimanga Cristo»: è questo il programma che papa Leone XIV, esattamente un anno fa, scolpì nella sua prima omelia da pontefice, quella pronunciata nella Cappella sistina di fronte ai cardinali che lo avevano eletto. E ieri a Pompei, a suggellare il primo anniversario del pontificato, ne ha dato il corollario: «Nessuna potenza terrena salverà il mondo, ma solo la potenza divina dell’amore». Parole che suonano come un manifesto, e che rivelano l’essenza di un pontificato – il primo guidato da un americano nella storia della Chiesa – basato non sui clamori ma su una logica di rigore e di ascolto. A un anno dall’elezione del cardinale Robert Francis Prevost, si comincia a intravedere con chiarezza quello che molti osservatori definiscono ormai il «metodo Prevost», una strategia di governo che mira a disinnescare le polarizzazioni interne – quelle ereditate dal passato pontificato – senza però cedere di un millimetro sulla sostanza del messaggio evangelico.

L’equilibrio del canonista: sanare le ferite senza strappi

Dietro l’apparente mitezza del primo Papa americano – un agostiniano con un dottorato in diritto canonico e una passione per la matematica – si nasconde una fermezza inedita. Se Francesco tendeva spesso a scavalcare le gerarchie tradizionali, Leone XIV sta riportando al centro del governo vaticano la professionalità istituzionale e il rigore delle procedure. Le sue nomine, dall’arcivescovo Roberto Maria Redaelli al Dicastero per il clero fino all’australiano Anthony Randazzo per i testi legislativi, disegnano il ritratto di un Papa che non ama i personalismi. E lo stesso vale per il delicato campo liturgico: senza abrogare formalmente le restrizioni del motu proprio Traditiones custodes, il Pontefice ha inaugurato una sorta di «pace armata», chiedendo ai vescovi francesi riuniti a Lourdes di trovare «soluzioni concrete» per chi aderisce al Vetus Ordo, ma omettendo ogni riferimento alle norme del suo predecessore. Una strategia, questa, che mira ad assorbire le divisioni senza alimentare nuovi fronti di scontro.

La “guerra di religione” di Trump e il ruggito gentile del Papa

É, tuttavia, sulla scena internazionale che il «metodo Prevost» ha rivelato la sua natura più autentica. I rapporti tra Stati Uniti e Vaticano, come ha sottolineato Raúl Zegarra (teologo alla Harvard Divinity School), sono reali e tesi: avere uno scontro con il Papa «non fa una buona pubblicità» al presidente americano, in particolare quando questi è «già in difficoltà su quasi tutte le questioni di politica estera e interna». Le critiche di Donald Trump, che non ha mai digerito l’universalismo di Leone, sono arrivate puntuali e scomposte: l’ultima, in ordine di tempo, lo accusava di essere in qualche modo morbido sull’arma nucleare all’Iran. Una provocazione alla quale il Papa ha risposto con la consueta pacatezza ma senza alcuna cedevolezza: «Se qualcuno vuole criticarmi perché annuncio il Vangelo – ha detto – lo faccia con la verità. La missione della Chiesa è predicare la pace».

Un «ruggito gentile», lo hanno definito alcuni commentatori, che ha messo in difficoltà la Casa Bianca. Perché a differenza di quanto accadeva con Francesco – un Papa sudamericano che molti cattolici americani facevano fatica a comprendere – ora il problema per Trump è un altro: Leone XIV è un uomo del Midwest, cresciuto nella periferia di Chicago, che tifa per una squadra di baseball e ha un nonno siciliano. Quando parla in inglese ai giornalisti, entra fisicamente nelle case degli americani, e lo fa per dire che certe minacce sono «inaccettabili». Un cortocircuito politico e religioso che ha spinto l’amministrazione a convocare il nunzio apostolico al Pentagono – un gesto di pressione senza precedenti – e che ha restituito al Papa un’autorevolezza morale che sembrava offuscata.

L’unità nella diversità e la sfida tecnologica

All’interno della Chiesa, il primo anno di Leone XIV è stato segnato dalla volontà di restituire fiato a un’istituzione stremata dalle lotte intestine. Il suo motto, *In Illo Uno Unum*, non è solo un’indicazione teologica, ma un programma politico: costruire l’unità nella diversità, senza schiacciare le minoranze né assecondare le corse in avanti delle chiese nazionali, come quella tedesca pronta a formalizzare benedizioni per coppie irregolari. Un equilibrio che passa per l’ascolto, qualità che chi lo frequenta definisce «straordinaria», ma anche per la capacità di prendere decisioni ponderate. E se la sua prima enciclica sarà dedicata alle sfide dell’Intelligenza Artificiale – una scelta che rivela una modernità di pensiero inaspettata per un ex missionario in Perù – il cuore del suo messaggio resta saldamente ancorato alla pace «disarmata e disarmante» di cui il mondo, oggi più che mai, sembra aver bisogno.

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