La nomina di Drapatyi e le vecchie dichiarioni sul Donbass: il video del 2014 che torna a far discutere

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La scelta di Volodymyr Zelensky di affidare il comando in capo delle Forze armate ucraine a Mykhailo Drapatyi ha riportato alla luce un episodio che appartiene ormai alla storia recente del paese, ma che conserva intatto il suo valore simbolico.

Risalgono infatti al 9 maggio 2014 quelle immagini girate a Mariupol che mostrano il blindato del generale, alla testa di una colonna, mentre scaraventa via una barricata separatista: pochi secondi di riprese, girate da lontano e con una qualità tecnica approssimativa, che però si sono trasformati in un simbolo dell'inizio del conflitto nel Donbass e che, a distanza di anni, stanno tornando a circolare con insistenza sui canali social e sulle piattaforme di informazione.

L'ascesa del generale e il peso del simbolo

Prima di ricevere la nomina che lo pone al vertice della gerarchia militare, Drapatyi era già un volto noto all'opinione pubblica ucraina, proprio grazie a quel filmato che lo ritrae in un'azione di forza contro le postazioni dei filorussi. L'impressione suscitata da quelle immagini, al tempo, fu tale da consacrarlo come uno dei comandanti più determinati e capaci di leggere sul campo le dinamiche di uno scontro che andava via via incrudelendosi.

Ora che il presidente Zelensky ha deciso di sostituire il precedente capo delle Forze armate, Oleksandr Syrsky, il dibattito sulle scelte compiute dal vertice politico si è inevitabilmente intrecciato con la biografia del nuovo comandante, le cui dichiarazioni rilasciate nel maggio del 2023 al canale ucraino Ukraïner W sono state rilanciate con forza dai media russi, alimentando polemiche e discussioni anche all'interno dei confini nazionali.

Le proteste di piazza e il ruolo di Koziatynskyi

Il rimpasto di governo voluto dal presidente non ha tuttavia riguardato solo il comparto militare, ma ha investito anche altri dicasteri, innescando un movimento di protesta che ha preso corpo nelle piazze di Kiev. Il medico militare veterano Dmytro Koziatynskyi si è fatto promotore di una mobilitazione che alcuni osservatori hanno ribattezzato il "Maidan di cartone", sottolineando il carattere spontaneo e dal basso della contestazione, nutrita da cartelli improvvisati e dalla richiesta di un cambio di rotta rispetto ad alcune decisioni giudicate inaccettabili.

Koziatynskyi ha spiegato che la protesta, nelle sue intenzioni, non mira a destabilizzare il paese ma a rafforzare l'Ucraina attraverso un esercizio di democrazia partecipata, e ha indicato come obiettivo primario il reintegro di Mykhailo Fedorov al ministero della Difesa, dopo che il presidente aveva deciso di silurarlo nell'ambito dell'ennesimo rimpasto.

Il rifiuto di Fedorov e le tensioni al governo

Proprio Fedorov, del resto, ha ufficialmente respinto l'offerta che gli era stata avanzata da Zelensky, il quale gli aveva proposto di rientrare nell'esecutivo in qualità di vice primo ministro con delega alle tecnologie, un ruolo definito dallo stesso presidente come "di leadership" e finalizzato a coordinare i vertici delle forze armate in materia di innovazione digitale.

Il rifiuto, formalizzato attraverso una presa di posizione pubblica, ha finito per acuire le tensioni politiche e per gettare una luce ancora più cruda sui contrasti che attraversano gli ambienti governativi, mentre i manifestanti continuano a chiedere un ripensamento delle scelte operate dal vertice dell'esecutivo.

Le ragioni addotte da Fedorov per giustificare la propria decisione non sono state rese note nei dettagli, ma il suo no secco ha indotto molti commentatori a interrogarsi sulla tenuta della maggioranza e sulla capacità del presidente di gestire il delicato equilibrio tra le diverse anime della coalizione di governo.

Il dibattito sulle dichiarazioni del 2023

In questo clima di accesa dialettica politica, le parole pronunciate da Drapatyi poco più di due anni fa sul Donbass sono state riesumate e sottoposte a un esame minuzioso, sia in Ucraina che all'estero. Le dichiarazioni, originariamente diffuse dal portale Ukraïner W, contenevano analisi e valutazioni sulla situazione militare e sulla strategia da adottare nelle regioni orientali, e i passaggi più controversi sono stati ripresi da emittenti russe per sostenere una narrazione volta a mettere in discussione l'affidabilità del nuovo comandante.

Anche in Ucraina, però, la riesumazione di quelle interviste ha scatenato un vivace confronto tra chi ritiene che le posizioni espresse da Drapatyi siano coerenti con la linea difensiva adottata da Kiev e chi invece vi scorge elementi di debolezza o di cedimento rispetto alla retorica della resistenza a oltranza. Il generale, da parte sua, non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali per chiarire o aggiornare il proprio pensiero, limitandosi a svolgere le proprie funzioni senza intervenire nel dibattito politico che pure lo vede coinvolto.

Le implicazioni per il futuro dell'esercito

La decisione di affidare a Drapatyi il comando in capo arriva in un momento cruciale per le sorti del conflitto, quando le linee del fronte restano sostanzialmente stabili ma le risorse umane e materiali di cui dispone l'esercito ucraino sono sottoposte a una pressione crescente.

La scelta di Zelensky di sostituire Syrsky, giunta al termine di una settimana segnata da polemiche e proteste, è stata interpretata da alcuni analisti come un tentativo di rinnovare i vertici militari per infondere nuovo slancio alle operazioni, mentre altri l'hanno letta come una mossa dettata da ragioni politiche interne, volte a placare le critiche provenienti sia dalla piazza che da frange dell'establishment.

Quel che è certo è che il generale Drapatyi, forte della popolarità conquistata sul campo e di un'immagine pubblica legata a doppio filo con l'epopea di Mariupol, si trova ora ad affrontare una sfida complessa, che richiederà non solo capacità strategiche ma anche una grande abilità nel gestire le aspettative di una nazione stremata dalla guerra e sempre più esigente nei confronti dei propri leader.

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