La chef Klugmann e l'alluvione in Friuli: «Priorità alla sicurezza, non al ponte»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’acqua, che aveva già invaso le sue stanze anni fa, è tornata con una violenza inaudita, trascinando con sé non solo il fango e i detriti che hanno devastato la sua cucina, ma anche la pazienza di chi, come la chef Antonia Klugmann, osserva impotente il ripetersi di una tragedia annunciata. Domenica, poche ore di pioggia torrenziale sono bastate per trasformare il placido corso del fiume Judrio in una massa furiosa, la quale, superati gli argini ormai insufficienti, ha riversato la sua forza distruttiva sul ristorante L’Argine a Vencò, lasciando la chef e il suo staff a confrontarsi con danni ingenti e con la sconfortante sensazione di un abbandono istituzionale. «Nessuno ci ha aiutati», è stato il suo sfogo, immediato e amaro, dopo una notte di paura e una giornata intera passata a tentare di riprendersi ciò che l’alluvione aveva strappato via.

Un territorio ferito e la rabbia di chi resta

Quella che si sta consumando in queste ore, infatti, non è una semplice emergenza meteorologica bensì una lacerazione profonda del tessuto sociale ed economico di un’intera area, i cui abitanti, oltre a contare un morto, una dispersa e centinaia di sfollati, si ritrovano a dover fronteggiare da soli la ricostruzione di ciò che consideravano il proprio futuro. A poca distanza dal locale della Klugmann, le immagini dello storico Mulino Tuzzi, che da centotrent’anni caratterizza il paesaggio di Dolegna del Collio, mostrano una rovina tale da far dubitare il proprietario stesso della possibilità di un ritorno alla normalità. «Non so se mi rialzerò stavolta», ha confessato, annunciando con amarezza l’avvio di una raccolta fondi popolare come estremo tentativo di salvare un’attività che la calamità ha spinto sull’orlo del baratro.

La polemica sulle priorità nazionali

È proprio in questo contesto, segnato dal dolore per le famiglie colpite e dalla fatica di chi cerca di rialzarsi, che la riflessione della chef stellata assume un tono di forte critica politica, una presa di posizione che lei stessa definisce inconsueta ma resa necessaria dall’urgenza dei fatti. «Normalmente non affronto temi che esulano dalla mia competenza», ha precisato, «ma dopo una notte così, quando sento parlare di miliardi spesi per il ponte di Messina e nulla per un'emergenza collettiva, che riguarda ogni regione d'Italia, penso che quella proposta sia dura da sostenere». Le sue parole, nette e dirette, pongono una questione di scelte: se sia più logico investire risorse ingenti in un’opera di dubbia utilità immediata oppure destinarle alla messa in sicurezza di un territorio nazionale che, ormai con cadenza stagionale, mostra tutta la sua fragilità.

La fragilità idrogeologica come emergenza quotidiana

L’evento che ha colpito il Friuli, con le sue frane nella provincia di Gorizia, si inserisce in un quadro ben più ampio di incuria e di sottovalutazione del rischio idrogeologico, un problema che non conosce confini regionali e che interpella la coscienza collettiva sulla reale capacità di prevenzione. La furia delle acque non ha risparmiato nulla, travolgendo con imparzialità sia le attività di fama internazionale sia i piccoli esercizi storici, e dimostrando come la sicurezza dei cittadini e del patrimonio imprenditoriale e culturale debba essere considerata, senza più tentennamenti, la priorità assoluta su ogni altra opera. Bisogna decidere che cosa è più importante, ha rimarcato la Klugmann, e per molti, in queste ore, la risposta appare dolorosamente ovvia.

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