Fernando Alonso: “Da vent’anni con una macchina che non è top4, altri esplodono…”
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Redazione Sport
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L’ennesimo pomeriggio di sofferenza sul circuito di Suzuka, dove l’Aston Martin si è inchiodata all’ultimo e penultimo posto della griglia di partenza, non ha scalfito la certezza incastonata nell’orgoglio del bicampione spagnolo. Mentre i riflettori puntavano la doppia eliminazione al Q1 (con un distacco di quasi tre secondi dalla vetta), Fernando Alonso ha scelto la via dell’ironia tagliente per raccontare l’abisso tecnico che sta divorando la scuderia di Silverstone: l’ha fatto rivendicando una sorta di “resistenza silenziosa”, un filo rosso che lo lega alla sua carriera ventennale lontano dal vertice assoluto, laddove altri (e non servono i nomi, tanto i cronisti li conoscono a memoria) “esploderebbero”.
Il “bicchiere mezzo pieno” nel fondo del barile giapponese
La qualifica aveva già restituito un’immagine spietata: Lance Stroll ultimo, Alonso penultimo, entrambi risucchiati in un vortice di vibrazioni e scarsa aderenza. Eppure, in un campionato dove l’Aston Martin non era mai riuscita a vedere la bandiera a scacchi (con doppi ritiri in Australia e Cina), lo spagnolo ha potuto quantomeno tagliare il traguardo, sebbene doppiato e relegato al diciottesimo posto. La macchina, la AMR26, soffre di un tremore cronico al motore Honda – una sinergia nata sotto i migliori auspici dopo l’addio alla fornitura Mercedes – che ha costretto i tecnici a limitare i giri in pista per non distruggere le batterie. Il fatto di aver concluso una gara, per quanto marginale, rappresenta per il team l’unico dato statistico positivo in questo avvio di stagione 2026.
Bordate a colleghi e un rapporto di ferro con la sofferenza
Alla domanda se serva pazienza, lo spagnolo ha liquidato il concetto di “miracolo” in un’intervista rilasciata nel paddock. La sua replica, carica di frecciate, faceva leva su un paragone generazionale: mentre chi guida vetture dominanti lamenta talvolta la poca competitività, lui si trova da due decenni a spremere macchine che, a conti fatti, non sono mai state stabilmente tra le prime quattro per livello tecnico. Una situazione, la sua, che richiederebbe una gestione nervosa titanica; eppure, secondo il diretto interessato, se qualcun altro (in evidente riferimento a top driver abituati a lottare per il podio) si trovasse nella stessa baraonda di vibrazioni e scarsa potenza, probabilmente non reggerebbe l’urto psicologico. Una stoccata, la sua, che suona come un’autobiografia dell’orgoglio: la capacità di non implodere nonostante la macchina, di fatto, si disintegri letteralmente sotto il sedile.
Le vibrazioni, l’incognita tecnica e la soluzione rinviata
Il problema principale, quello delle scosse anomale trasmesse dal propulsore Honda al telaio, non è stato ancora risolto nonostante i tentativi di introdurre contromisure. Il chief trackside officer Mike Krack ha dovuto smorzare le polemiche, negando l’esistenza di tensioni nel rapporto con il fornitore giapponese. Ma il dato di fatto è eloquente: in Giappone è stato testato un dispositivo anti-vibrazioni che ha mostrato qualche miglioramento, ma che non è stato possibile utilizzare in gara a causa dei rischi connessi all’affidabilità. L’unica nota, se così si può definire, è che dopo settimane di test in cui non si riusciva a superare la soglia dei venti giri senza danni strutturali, la vettura è finalmente arrivata alla fine del Gran Premio. Per una scuderia che ha investito cifre faraoniche e che ha portato in fabbrica un genio come Adrian Newey, questo dato – il semplice “arrivare” – suona quasi come un paradosso.
Honda sotto esame: dal dominio alla fatica
L’abbandono della fornitura Mercedes per sposare la causa Honda (costruttore con cui si erano già visti i fantasmi del passato nel periodo McLaren) si è rivelato, al momento, un azzardo tecnico. Il team principal Krack ha ribadito che non c’è alcuna “autodistruzione” interna, né crisi nei rapporti, ma è evidente che i motoristi nipponici faticano a gestire l’integrazione della power unit nel nuovo progetto Aston Martin. Mentre i rivali accumulano giri e dati, la casa britannica è ancora ferma alla ricerca di una quadratura del cerchio che tenga insieme potenza e durata, una dicotomia che sta trasformando ogni sessione di prove libere in un campo minato. La frustrazione di Alonso, che pure è diventato papà da poco e vive un periodo felice fuori dalla pista, è quella di chi vede vanificati i propri sforzi da un’alleanza che doveva rappresentare il salto di qualità e che invece, per ora, rappresenta un arretramento imbarazzante.




