Il debito pubblico tocca i 3.095 miliardi, cinquantaduemila euro a testa
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Redazione Economia
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Il dato, certificato dalla Banca d’Italia con la consueta puntualità, fotografa una situazione che ha dell’incredibile: il debito delle amministrazioni pubbliche, al termine del 2025, si è assestato a 3.095,5 miliardi di euro. Una cifra che, per essere compresa appieno, va rapportata ai cittadini, e vengono così fuori poco più di cinquantaduemila euro a testa, una eredità che ogni italiano, neonato compreso, si ritrova simbolicamente sulle spalle. L’aumento rispetto al 2024, quando il debito aveva chiuso a 2.966,9 miliardi, è stato di 128,6 miliardi, un balzo in avanti che non può passare inosservato nonostante il dato di dicembre risulti in leggero calo rispetto ai picchi stratosferici toccati in autunno -1-5.
Le ragioni di questo incremento, spiega via Nazionale, vanno cercate in un combinato disposto di fattori: il fabbisogno delle amministrazioni pubbliche, che da solo ha inciso per 109,2 miliardi, e poi l’aumento delle disponibilità liquide del Tesoro, cresciute di quasi 15 miliardi fino a toccare i 52,4 miliardi. Ci sono, inoltre, gli effetti tecnici legati agli scarti e ai premi di emissione, alla rivalutazione dei titoli legati all’inflazione e alle variazioni dei cambi, che nel complesso hanno aggiunto ulteriori 4,6 miliardi al conto finale -1-3. A trainare questa crescita è stato principalmente il debito delle amministrazioni centrali, balzato a 3.016,3 miliardi, mentre quello locale ha mostrato un lieve calo, segno di una dinamica diversa nella gestione dei conti tra centro e periferia -7.
Ma al di là del numero assoluto, che pure impressiona, quel che conta è la sostenibilità di questo peso colossale. Carlo Altomonte, prorettore alla Sda Bocconi, in un’intervista rilasciata all’Adnkronos prova a fare chiarezza: al momento, spiega, non sembra esserci un vero e proprio problema debito, grazie a una gestione dei conti più prudente rispetto al passato e a un contesto di mercato che, per ora, guarda all’Italia con occhio ancora benevolo -2. Il vero nodo, quello che nei prossimi mesi potrebbe fare la differenza tra una situazione gestibile e una crisi conclamata, è un altro ed ha un nome preciso: crescita post Pnrr.
E qui il discorso si fa complesso, perché il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha dato una spinta potente, ma una volta esauriti i fondi europei, l’Italia dovrà dimostrare di aver imparato a camminare con le proprie gambe. Il margine di sicurezza, avverte Altomonte, è molto ridotto, e basta poco, una incoerenza tra gli obiettivi dichiarati e le riforme effettivamente realizzate, perché i mercati finanziari comincino a farsi delle domande scomode -2. E quando gli investitori iniziano a dubitare, lo spread sale, e un costo maggiore del denaro rende più oneroso rifinanziare un debito enorme come il nostro, innescando un circolo vizioso che finirebbe per penalizzare proprio i cittadini che la politica dice di voler proteggere.
Il nodo della crescita e l’uso del risparmio privato
La vera incognita, dunque, è capire dove l’Italia troverà i motori per crescere una volta terminata la stagione dei fondi a pioggia del Pnrr. I mercati, spiega l’economista della Bocconi, non guardano tanto al livello del debito in sé, quanto alla capacità del Paese di generare un aumento strutturale della produttività, dell’occupazione qualificata e della competitività. Senza una strategia chiara su digitale, transizione energetica e semplificazione amministrativa, gli investimenti rischiano di rimanere un fuoco di paglia, incapaci di innescare quel cambiamento duraturo che serve per ridurre il peso del debito in rapporto al Pil -2.
C’è poi un altro tassello, spesso trascurato nel dibattito pubblico, ma che Altomonte sottolinea con forza: la necessità di mobilitare il risparmio privato. In Italia, famiglie e imprese detengono una ricchezza finanziaria enorme, una riserva che giace in gran parte liquida o investita in impieghi a basso impatto sull’economia reale. Il tema cruciale, nelle parole del prorettore, è come mettere in uso queste risorse per finanziare gli investimenti produttivi nei settori prioritari, che siano l’energia, le comunicazioni o la difesa -2. In un contesto geopolitico quanto mai incerto, riuscire a convogliare i capitali domestici verso progetti di lungo termine diventerebbe un segnale di resilienza e autonomia strategica non indifferente, capace di rassicurare anche gli investitori internazionali.
A completare il quadro, i dati diffusi da Bankitalia mostrano anche una lieve flessione della quota di debito detenuta dalla Banca d’Italia, scesa al 18,5 per cento rispetto al 21,6 dell’anno precedente, e una sostanziale stabilità della vita media residua dei titoli, attestata a 7,9 anni -3. Un segnale, quest’ultimo, che nonostante i record negativi, la struttura del debito regge e non ci sono scadenze imminenti tali da mettere in difficoltà il Tesoro. Le entrate tributarie, nel frattempo, hanno continuato a crescere, segnando un +3,51 per cento e toccando i 614,226 miliardi, un dato che fa ben sperare ma che da solo non basta a risolvere l’equazione -5.
keywords: debito pubblico, Banca d'Italia, record storico, crescita economica, Pnrr description: Il debito pubblico italiano chiude il 2025 a 3.095 miliardi, nuovo record annuale. L'analisi di Bankitalia e le preoccupazioni per la crescita post Pnrr nell'analisi di Carlo Altomonte.




