«Spalletti: “Ripartiamo dagli applausi, abbiamo tutto nelle nostre mani”»

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La vigilia, si sa, è il momento delle parole misurate, ma anche delle scintille gettate sul futuro. Luciano Spalletti, tecnico della Juventus, si è presentato nella consueta conferenza stampa alla vigilia della trasferta del Via del Mare contro il Lecce portando con sé un messaggio che mescola realismo e un pizzico di sfida. L’allenatore, lo ricordiamo, è subentrato in corso d’opera per dare una scossa a un ambiente che spesso ha vacillato proprio quando il traguardo sembrava vicino. E allora, per sciogliere il nodo della qualificazione alla prossima Champions League, il mister prova a usare la "medicina amara" del dolore recente. «Vogliamo ripartire da dove eravamo rimasti», ha spiegato, riferendosi al pareggio interno contro il Verona: se uno stadio come l’Allianz, abituato a vincere, ha applaudito un risultato mancato, significa che forse – ha sottolineato – non è tutto da buttare via. Il riferimento è chiaro: il pubblico ha riconosciuto l’impegno e la qualità, e quell’applauso, per Spalletti, rappresenta un lasciapassare psicologico più che una consolazione.

Non si tratta però di lasciarsi andare alla retorica della sfortuna, un lusso che la classifica non concede. In questo campionato infatti, con la Roma che tallona a -1 e le giornate che si assottigliano, ogni distrazione può costare cara. L’errore più grave, secondo la visione del tecnico, sarebbe scaricare la responsabilità sugli episodi. «Lo sbaglio sarebbe vederci la sfortuna», ha tuonato, invitando i suoi a guardare in faccia la realtà. La squadra (che dovrà fare a meno di qualche pezzo importante per infortunio, ma su questo il mister ha glissato) ha bisogno di una scossa di personalità. Da qui l’annuncio più atteso: il ritorno dal primo minuto di Dusan Vlahovic, terminale offensivo serbo fermo ai box come titolare da oltre cinque mesi. Spalletti ha provato a scaricare la pressione dalle spalle del numero 9: «Può essere la sua partita, ma non carichiamolo di troppa responsabilità. La coesione viene dal suddividersi le intenzioni».

La «cura del dolore» e l’ammissione di un errore tattico

Ma cosa passa davvero nella testa di una squadra che è stata costruita per vincere e invece rischia di doversi accontentare di un posto al tavolo dei grandi d’Europa? Spalletti ha scavato più a fondo, abbandonando per un attimo lo schema del semplice discorso pre-partita. «Quando non si vincono le partite, dentro questo spogliatoio si sta male», ha confesso, rivelando di aver visto i volti dei suoi ragazzi segnati durante la settimana. Paradossalmente, però, è proprio in questo dolore che l’ex commissario tecnico della Nazionale intravede l’opportunità per una rinascita. «Dal dolore emerge una forza che prima non possedevi, funziona così nella vita. Il carattere viene fuori da quello che non ti va bene e sei costretto a ribaltarlo». Una dichiarazione che suona quasi come un manifesto per i novanta minuti di Lecce: non gestire, ma esprimere. Non tenere il risultato, ma andare a viso aperto per "spaccare la monotonia" del ritmo partita.

Non è mancato, nel lungo intervento, un passaggio autoironico che ha rotto la tensione. Interrogato su Openda, giocatore praticamente mai utilizzato, Spalletti non si è sottratto: «Quello è un altro degli errori che ho fatto io e che non avete citato fino ad ora». Una frase incidentale che ha strappato un sorriso ai cronisti presenti, ma che testimonia la consapevolezza di dover trovare la quadra perfetta negli ultimi 180 minuti di fuoco. Il tecnico ha comunque ribadito la fiducia nel gruppo, chiudendo la porta a rivoluzioni estive. Almeno per ora, perché «abbiamo chiesto un preventivo per un pullman a due piani visto il numero di giocatori che ci attribuite», ha scherzato, per poi diventare serio: «Molti di questi ragazzi faranno parte del futuro della Juventus».

Un’analisi strutturale, tra esperienza e futuro

Spalletti, che ha costruito la sua carriera su un calcio ragionato e propositivo, si è concesso anche un’analisi sociologica del campionato, paragonando la sua creatura a quella dell’Inter. Le differenze, secondo lui, non sono solo episodi di una partita, ma frutto di un’analisi che abbraccia un periodo più lungo. Se i nerazzurri vantano una forza mentale riconosciuta e consolidata, alla Juve – ammette – questa cifra stilistica è mancata. Eppure, il riferimento a Marotta («Sono d’accordo con il direttore, ci vuole esperienza») non è stato un semplice omaggio, ma un viatico per il mercato. La ricetta, nelle sue parole, non è un azzeramento, ma un’integrazione: serve gente abituata a certi palcoscenici.

Il problema immediato, però, si chiama Lecce. I pugliesi, guidati da un tecnico navigato come Di Francesco -5, cercano punti pesanti per la salvezza e giocheranno a "volume alto". Spalletti non ha nascosto le insidie di un campo caldo come il Via del Mare, dove la Juventus ha già lasciato punti preziosi nelle passate stagioni. La squadra salentina, ha ricordato, è organizzata e supportata da una società che investe. La Juve, quindi, è avvertita.

La resa dei conti sul campo

La trasferta di Lecce rappresenta dunque un crocevia. Non si tratta solo di difendere il quarto posto con la Roma alle calcagna, ma di mandare un segnale al campionato. I bianconeri, dopo i pareggi con Milan e Verona, devono invertire il trend immediato. La pressione per Vlahovic, chiamato a rispondere presente dopo mesi di digiuno da titolare, è tanta, ma l’allenatore ha chiesto che si tratti di una pressione condivisa. Non sarà una partita di "gestione", ma di attributi. Le parole di Spalletti nella notte torinese hanno un sapore amaro: la squadra ha "tutto nelle sue mani", ma la sensazione è che stia scivolando tra le dita. Domani sera, dalle 20.45, lo stadio parlerà. Chissà se basterà la volontà di ribaltare il copione per evitare che l’applauso di fine partita sia, questa volta, solo di cortesia.

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