Elly Schlein e il paradosso energetico: «Basta gas russo, l’Italia segua il modello spagnolo»
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Redazione Interno
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Reduce dall’adrenalina del raduno progressista di Barcellona, dove ha condiviso il palco con Pedro Sánchez e Luiz Inácio Lula da Silva, la segretaria del Partito democratico tenta di tradurre l’entusiasmo dell’internazionale socialista in una piattaforma politica concreta per il nostro Paese. «È stato un momento storico», ha dichiarato Elly Schlein in un’intervista rilasciata a La Stampa, descrivendo quell’incontro come un «segnale potente di speranza» capace di restituire una spinta all’impegno quotidiano delle forze di opposizione. Eppure, al di là della retorica dell’unità, il vero banco di prova resta la divergenza strutturale tra le economie europee di fronte alla crisi energetica, un tema sul quale la leader dem prova a marcare una netta distanza dalle politiche del governo Meloni. «Ora non si può pensare che la soluzione sia il gas russo – ha attaccato senza mezzi termini – perché si rafforzerebbe Putin, finanziando la sua invasione criminale dell’Ucraina». Un’affermazione, quest’ultima, che suona come un monito diretto a chi, anche in Italia, continua a guardare a Mosca come a un fornitore di emergenza.
La dipendenza italiana e il confronto con i numeri della Spagna
A sostenere la tesi della segretaria democratica non è solo un principio di coerenza internazionale, ma una serie di dati che evidenziano il ritardo strutturale dell’Italia nel settore delle rinnovabili. «In Spagna – ha spiegato Schlein – il prezzo del gas incide sul costo dell’energia solo per il 15% del tempo, mentre in Italia questa percentuale schizza all’80%». Un divario, questo, che il premier spagnolo Pedro Sánchez avrebbe colmato grazie a investimenti massicci nel fotovoltaico e nell’eolico, riducendo così la vulnerabilità del sistema iberico alle fluttuazioni del mercato delle materie prime fossili. «Sánchez ha investito sulle rinnovabili e oggi sono molto meno dipendenti di noi dal gas, che sia russo o americano», ha aggiunto, auspicando per l’Italia una decisa accelerazione nella transizione ecologica che possa essere realizzata, a suo dire, in tempi brevi. La sfida, insomma, è duplice: da un lato evitare di finanziare l’economia di guerra di Vladimir Putin, dall’altro liberare il paese da una morsa energetica che penalizza famiglie e imprese, laddove il modello iberico dimostra che un’agenda progressista può tradursi in benefici tangibili per il costo della vita.
Il paradosso delle importazioni europee di metano russo
Proprio mentre Schlein invoca la chiusura dei rubinetti verso est, i dati sulle importazioni europee raccontano una realtà molto più complessa e, per certi versi, paradossale. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, gli acquisti di gas russo non sono mai stati messi al bando dalle sanzioni comunitarie. Le forniture via gasdotto sono sì crollate nel 2022, ma principalmente a causa di uno scontro tecnico-finanziario: all’epoca i governi europei rifiutarono la condizione posta dal Cremlino di effettuare i pagamenti in rubli sull’istituto Gazprombank, scatenando l’interruzione unilaterale dei flussi da parte di Mosca. Oggi, tuttavia, il metano continua a scorrere copiosamente sotto forma di Gas Naturale Liquefatto (GNL). Secondo le rilevazioni del centro studi Crea di Helsinki, a marzo le esportazioni russe di metano hanno toccato un valore di 1,3 miliardi di euro, di cui circa un miliardo assorbito proprio dall’Unione europea. Il paradosso più evidente riguarda proprio la Spagna, il modello virtuoso esaltato da Schlein: il paese iberico si è confermato il maggiore importatore europeo di gas russo, con acquisti per 355 milioni di euro in un solo mese (record trainato da un aumento del 124% rispetto a febbraio) destinati ai terminali di Bilbao e Sagunto.
Vecchi contratti, petroliere e le ambiguità del fronte pacifista
Perché paesi come Spagna, Francia e Belgio continuano a fare affari con Mosca nonostante le dichiarazioni di principio contrarie all’invasione dell’Ucraina? La ragione affonda le radici in vecchi contratti take-or-pay della durata di molti anni, relativi specificamente al gas liquefatto. Questi accordi, a differenza di quelli via gasdotto, non sono mai stati sottoposti alle condizioni sui pagamenti in rubli; pertanto, se Parigi o Madrid smettessero improvvisamente di prelevare il prodotto, si esporrebbero a pesanti cause commerciali internazionali che obbligherebbero comunque al pagamento delle penali. Una gabbia legale dalla quale gli stati membri usciranno solo con l’entrata in vigore delle sanzioni europee specifiche sul GNL previste per gennaio. Nel frattempo, anche il fronte interno italiano presenta zone d’ombra non trascurabili: a marzo, due petroliere hanno raggiunto il Belpaese cariche di carburanti ottenuti dalla raffinazione di greggio russo in Turchia, una scappatoia commerciale che dimostra come la filiera energetica della guerra sia spesso più intricata di quanto appaia nei comizi. Per Schlein, che sul palco di Barcellona ha ribadito l’unità delle opposizioni sulla pace e sta organizzando una manifestazione unitaria con i 5 Stelle, resta da sciogliere il nodo di questa ambiguità strutturale: se il gas russo è il carburante della guerra, come si spiega che alcuni dei principali sostenitori della causa ucraina continuino, di fatto, a rifornire le casse del Cremlino? La risposta, per ora, rimane sepolta nelle clausole di quei vecchi contratti che le diplomazie europee non sono ancora riuscite a stracciare.




