“Pecore sotto copertura”, il giallo in punta di zoccolo che trasforma Hugh Jackman in un cadavere eccellente
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Dal 7 maggio approda nelle sale italiane “Pecore sotto copertura”, una produzione che mescola con sorprendente equilibrio il live action alla computer grafica, sotto la regia di Kyle Balda, quel cineasta già noto per aver guidato le avventure dei “Minions”. Tratto dal romanzo “Three Bags Full” (edito in Italia con il titolo “GlennKill”) della scrittrice tedesca Leonie Swann, il film si presenta come un’ibrido narrativo che molti addetti ai lavori, lo stesso Hugh Jackman incluso, non hanno esitato a definire come un incrocio perfetto tra la tenerezza di “Babe, maialino coraggioso” e l’intelligenza strutturale di “Knives Out”. Una definizione, quest’ultima, che calza a pennello per descrivere la parabola di George Hardy, un pastore dalla vita appartata che considera il proprio gregge non come un semplice strumento di lavoro, bensì come l’unico interlocutore degno di fiducia in un mondo – quello umano – che lo ha da tempo reso disilluso.
Le pecore, in questo contesto, non sono affatto le creature ottuse e silenti che lo stereotipo (e un certo modo dire) vorrebbe farci credere. Anzi, è proprio da loro che parte la scintilla narrativa quando il senza vita del pastore viene ritrovato in circostanze più uniche che rare: da quel momento, un gruppo eterogeneo di ovini, guidato dalla brillante Lily e dal solitario Sebastian, decide di mettere in pratica le nozioni apprese durante le letture serali dei gialli classici. La scomparsa di George, interpretato da un Hugh Jackman che qui lascia il posto al mistero fin dalle prime battute (viene ucciso presto, costringendo gli altri personaggi a reagire alla sua assenza), diventa così il motore di un’indagine tanto improbabile quanto affascinante.
Un cold case inglese osservato da un’altra prospettiva
Se la struttura portante del film ricalca quella del “cozy mystery” – quel sottogenere del giallo che preferisce le atmosfere ovattate e i colpi di scena ragionati alla violenza esplicita -3 – l’originalità della pellicola risiede nel suo punto di vista. Lo spettatore, infatti, è chiamato a guardare i segreti della comunità di Denbrook attraverso gli occhi di animali che non possiedono i codici sociali degli umani, e che pertanto fraintendono bugie, sottintesi e meccanismi di potere con una sincerità a tratti disarmante. Le pecore parlano (e nel doppiaggio italiano le voci sono affidate a Ciro Priello dei The Jackal per Mopple e ad Arianna Craviotto per Zora -6), ma la loro “parlantina” non è mai fine a sé stessa: serve a decostruire la realtà, a smontare le apparenze di una galleria di sospettati che include una figlia mai riconosciuta (Molly Gordon), un poliziotto imbranato (Nicholas Braun), un giornalista in cerca di gloria (Nicholas Galitzine) e una serie di figure ambigue come il macellaio o l’avvocata esecutrice testamentaria.
È curioso notare come il regista Kyle Balda e lo sceneggiatore Craig Mazin – quest’ultimo, va ricordato, artefice di capolavori della complessità come “Chernobyl” e “The Last of Us” – abbiano scelto di utilizzare il giallo classico come espediente per parlare di tutt’altro. Sotto la lana di questi investigatori d’eccezione, infatti, emerge una riflessione sottile su了什么 significhi “essere diversi”. Nel gregge esiste una gerarchia, ci sono le pecore nate in inverno (i “winter lambs”) che vengono escluse, c’è chi come Mopple possiede il dono – o la maledizione – di ricordare ogni dettaglio, e chi invece preferisce rimuovere il dolore per sopravvivere.
La fattoria come palcoscenico di vizi umani
A rendere solida l’operazione, poi, è la fisicità del mondo reale che fa da contraltare all’animazione degli ovini. Le pecore, rese con una CGI efficace e mai invadente, interagiscono con attori in carne e ossa in un contesto rurale che sa di umido, di fieno e di segreti sepolti. Non c’è, in questa messa in scena, la ricerca di una spettacolarità fine a sé stessa: l’omicidio di George è il pretesto per mettere a nudo l’avidità e l’ipocrisia di una piccola comunità inglese, dove l’arrivo di un cadavere eccellente scuote le coscienze tanto quanto l’arrivo di un’eredità inaspettata.
L’assenza della vittima, in particolare, funge da catalizzatore emotivo per tutti i personaggi secondari. Da un lato troviamo il poliziotto Tim, così insicuro da rappresentare quasi una parodia dell’investigatore deduttivo; dall’altro, gli stessi animali si trovano costretti a fare i conti con la perdita della figura paterna. È proprio questo il tratto più maturo del film: pur restando saldamente ancorato a un target familiare, “Pecore sotto copertura” non evita di sfiorare il tema del lutto, della solitudine e della resilienza, avvolgendo questi concetti in una coltre di lieve ironia che non ne sminuisce mai la portata.




