La guerra in Iran ridisegna i mercati, l’Europa prova il rimbalzo mentre l’Asia affonda
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Le Borse europee hanno chiuso la seduta di mercoledì in netto rialzo, invertendo la rotta dopo due giornate di pesanti vendite e regalando agli investitori un pomeriggio di recupero che ha visto Milano e Francoforte guidare la carica. Il Ftse Mib, il principale indice di Piazza Affari, ha messo a segno un progresso dell’1,95% portandosi a quota 45.336 punti, un risultato trainato da un mix eterogeneo di acquisti che hanno spinto in particolare i titoli del settore difesa, con Fincantieri in rialzo del 4,28% e Leonardo del 4,25%, e il comparto bancario, sebbene non tutte le banche abbiano viaggiato nella stessa direzione. A fare da traino, però, è stata soprattutto la performance straordinaria di Lottomatica, il cui Titolo ha letteralmente volato con un +14,95%, beneficiando per il terzo giorno consecutivo dell’entusiasmo generato dai conti e dalla successiva pioggia di revisioni al rialzo dei target price da parte di diversi istituti di credito come Deutsche Bank e Mediobanca.
L’intero continente ha respirato un’aria di moderato ottimismo, con Madrid che ha fatto addirittura meglio di Milano segnando un +2,56% e riscattando così la batosta subita nella sessione precedente, quando era stata la peggiore, complice anche una tensione commerciale con gli Stati Uniti che il presidente Donald Trump ha rinfocolato minacciando un embargo totale. Parigi ha guadagnato lo 0,79% e Londra lo 0,80%, in una giornata in cui lo Stoxx 600 è salito dell’1,1%. Un recupero, quello europeo, che appare ancora più significativo se letto in controluce rispetto a quanto accaduto nelle stesse ore sui mercati asiatici, dove il panico ha preso il sopravvento: l’indice sudcoreano Kospi è letteralmente crollato, segnando la sua peggiore seduta dal lontano 2008 con un tonfo superiore al 12%, mentre Tokyo ha lasciato sul terreno oltre il 3,5%.
Questo scollamento, questa divergenza così netta tra la tenuta europea e il tracollo asiatico, affonda le radici nella diversa esposizione delle due aree al conflitto in Medio Oriente e alla conseguente crisi energetica. La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz, via d’acqua attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, ha colpito come un macigno economie come quelle giapponese e sudcoreana, che importano la stragrande maggioranza del loro fabbisogno energetico proprio da quelle zone. Per loro, l’impennata del prezzo del greggio e del gas non è solo un costo in più, ma una minaccia esistenziale per l’intero modello industriale, capace di far ripiombare i conti con l’estero in rosso e di riaccendere l’inflazione. In Europa, sebbene i prezzi dell’energia siano balzati (il gas ad Amsterdam ha toccato punte del 58 euro al megawattora) e permanga il timore di una nuova stagflazione, il rimbalzo è stato favorito anche da voci, poi smentite da Teheran, di possibili contatti indiretti tra Stati Uniti e Iran, che hanno alimentato la speranza di una de-escalation.




