Le spese pazze di Andrea, massaggi e viaggi pagati dai contribuenti. E l'ombra dell'abdicazione di Carlo III si allunga
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Redazione Esteri
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La tempesta che si è abbattuta su Buckingham Palace non accenna a placarsi, anzi, le onde dello scandalo che coinvolge il fratello del sovrano, Andrea Mountbatten-Windsor, si infrangono con violenza crescente sugli scranni del trono e, quel che più conta per le sorti della monarchia, sulle stanze del potere politico. Mentre l'ex principe, privato dei titoli e dei ruoli ufficiali ma non del diritto di nascita che lo colloca ancora all'ottavo posto nella linea di successione, era stato arrestato e successivamente rilasciato la settimana scorsa con l'accusa di cattiva condotta nell'esercizio delle funzioni pubbliche, emergono ora dettagli che dipingono un quadro di arroganza e sperpero di denaro pubblico a cui è difficile dare un prezzo, anche in termini di immagine. Non si tratta più, e non si trattava già di per sé di particolare gravità, solo dei rapporti con il defunto finanziere pedofilo Jeffrey Epstein, ma di un modus operandi consolidato negli anni in cui Andrea ricopriva l'incarico di inviato speciale per il commercio internazionale, un ruolo che avrebbe dovuto servire gli interessi della Gran Bretagna e che invece, a quanto pare, è stato utilizzato per soddisfare desideri personali a spese dei contribuenti -1.
A gettare ulteriore benzina sul fuoco, in un rogo che minaccia di consumare la credibilità dell'intera famiglia reale, sono le rivelazioni di ex alti funzionari governativi raccolte dalla Bbc. Queste fonti, protette dall'anonimato che in casi di tale sensibilità diventa una necessità per proteggersi da possibili ritorsioni, hanno raccontato di un sistema consolidato di privilegi. Un ex dipendente del ministero del Commercio ha riferito di essersi opposto con fermezza, all'epoca dei fatti, alla richiesta di rimborso per "servizi di massaggio" presentata da Andrea al termine di una missione in Medio Oriente -1-4. La richiesta, ritenuta palesemente inappropriata e non inerente alle funzioni istituzionali, fu però accolta dai vertici del dicastero, che scavalcando il parere contrario dei loro stessi uffici, autorizzarono il pagamento con fondi pubblici. Non solo massaggi, ma anche spese di viaggio giudicate "eccessive" da chi le ha esaminate: un'altra testimonianza parla di note spese che includevano costi ingiustificati per voli e soggiorni di un entourage dalla composizione quantomeno nebulosa, con ospiti aggiunti a piè di lista la cui identità e il cui ruolo era difficile, se non impossibile, verificare -1-4. La sensazione, amara e pregnante, è quella di una "cultura di deferenza" verso un membro della famiglia reale che ha portato per anni a chiudere un occhio, o forse tutti e due, di fronte a comportamenti che per qualsiasi altro funzionario pubblico avrebbero comportato conseguenze immediate.
La politica si muove tra Commonwealth e ipotesi di abdicazione
Il fronte politico, nel frattempo, non sta a guardare e la reazione a catena innescata dall'arresto di Andrea ha superato i confini del Regno Unito, investendo i delicati equilibri del Commonwealth. Il primo ministro australiano, Anthony Albanese, ha scritto una lettera al suo omologo britannico Keir Starmer per comunicare ufficialmente la disponibilità di Canberra a sostenere qualsiasi iniziativa legislativa volta a rimuovere definitivamente Andrea Mountbatten-Windsor dalla linea di successione al trono -5-8. Una mossa, questa, che assume un peso specifico notevole, perché per modificare le norme sulla successione è necessario il consenso di tutti i quindici reami del Commonwealth di cui Carlo III è capo di Stato. Nella sua missiva, Albanese ha sottolineato come le accuse siano "gravi" e come gli australiani "le prendano sul serio", allineandosi peraltro al sovrano sul fatto che la giustizia debba fare il proprio corso in modo "completo, equo e appropriato" -5-8. La posizione dell'Australia, la prima a esprimersi ufficialmente, potrebbe fare da apripista per le altre nazioni, come Canada e Giamaica, spingendo Londra a varare una legge ad hoc per recidere quel legame dinastico che, seppur remoto nella sua possibilità di concretizzarsi, rappresenta oggi una macchia insopportabile per l'istituzione monarchica.
Nel frattempo, a Londra, il dibattito si fa sempre più incandescente e comincia a lambire direttamente la figura di Carlo III. L'ipotesi di un'abdicazione, che fino a pochi mesi fa sarebbe apparsa come un'eresia per un sovrano appena insediatosi dopo aver atteso per decenni il suo turno, inizia a circolare con insistenza tra i commentatori e gli esperti di cose reali -2. Il giornalista Antonio Caprarica, profondo conoscitore delle dinamiche britanniche, ha espresso senza mezzi termini il concetto: per salvare la corona dallo tsunami Epstein, la via d'uscita definitiva potrebbe essere proprio il passo indietro del settantasettenne re. Un gesto estremo, certo, che eviterebbe di lasciare in eredità al figlio William, e ai suoi tre figli, un regno "gravato da ombre e sfiducia" -2-9. Si teme, insomma, che più a lungo Carlo rimarrà sul trono mentre lo scandalo divampa, più la famiglia del Galles, vista come l'unica ancora di salvezza in grado di riconquistare la fiducia dei sudditi, arriverà al potere "sfiancata" e con le "carte migliori" già sprecate -9. E se il re non volesse abdicare, ammonisce Caprarica, "sarà comunque costretto a farlo dagli eventi" -2.
L'arresto di Mandelson e l'ombra lunga di Epstein
A complicare ulteriormente un quadro già di per sé esplosivo, si inserisce la vicenda di Peter Mandelson, l'ex ministro e ambasciatore a Washington, la cui caduta rappresenta l'ultimo, in ordine di tempo, anello di una catena che lega a doppio filo l'establishment britannico al finanziere americano. Mandelson, settantaduenne, è stato arrestato con l'accusa di cattiva condotta in cariche pubbliche e successivamente rilasciato su cauzione in attesa di ulteriori indagini -3-7. Le accuse, che lo hanno costretto alle dimissioni dalla Camera dei Lord, si riferiscono alla presunta divulgazione di informazioni riservate a Jeffrey Epstein, emerse dai cosiddetti "Epstein files" recentemente desecretati dal Dipartimento di Giustizia americano. In particolare, spunta un'email del 2009 in cui Mandelson avrebbe passato al finanziere valutazioni riservate dell'allora consigliere di Gordon Brown su potenziali misure di politica economica, inclusi piani di vendita di asset pubblici e una tassa sui bonus dei banchieri -3.
L'arresto di una figura così centrale nel cosiddetto "New Labour" di Tony Blair riporta l'attenzione sul clima di promiscuità tra potere, affari e personaggi loschi che ha caratterizzato quegli anni, gli stessi in cui Andrea ricopriva il suo incarico di inviato commerciale. Non è un caso, infatti, che la nomina di Andrea a quel ruolo fu caldeggiata proprio dall'establishment politico dell'epoca, con la regina Elisabetta in prima linea nel sostenerlo, nonostante le perplessità che, a quanto si apprende, lo stesso Carlo avrebbe espresso fin da subito sulle capacità e sulla "dabbenaggine" del fratello minore -9. Le figure di Mandelson e Andrea, ora entrambe invischiate in indagini penali, appaiono così come due facce della stessa medaglia: da un lato l'alta politica, dall'altro l'alta aristocrazia, accomunate da un rapporto quanto meno ambiguo con un predatore sessuale e con le sue losche frequentazioni. Mentre la polizia metropolitana prosegue le indagini, che hanno già portato a perquisizioni in diverse proprietà, l'eco dello scandalo continua a rimbalzare, amplificata da gesti simbolici come l'affissione al Louvre di Parigi della foto di Andrea accasciato in auto dopo l'interrogatorio, un'immagine destinata a rimanere impressa nell'immaginario collettivo molto più di qualsiasi comunicato ufficiale di Buckingham Palace -2.




