Quentin Tarantino: “Hollywood è una fabbrica di salsicce insapore”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
Non la manda certo a dire, Quentin Tarantino, e questa volta il bersaglio delle sue invettive – piuttosto frequenti, in verità, quando si tratta di esprimere un giudizio sul contemporaneo – è l’intera industria hollywoodiana. Il regista, che dal 2019 non realizza un lungometraggio in attesa di completare quella che ha più volte definito la sua decima e ultima opera, ha trovato un palcoscenico ideale sulle pagine della prestigiosa rivista specializzata “Sight & Sound”.
E qui, tra una riflessione e l’altra, ha confessato senza mezzi termini di trovare “quasi impossibile” la visione delle nuove pellicole senza cedere alla tentazione di smontarle pezzo per pezzo, tanto la delusione appare radicata e profonda.
“Così fanno sembrare belli persino gli anni Ottanta”
Il ragionamento del cineasta, che proprio attraverso l’articolo pubblicato dal British Institute of Film, si trasforma in una critica radicale del post-pandemia, liquida la produzione contemporanea come irritante e banale. “Difetti, inverosimiglianze, accondiscendenza verso il pubblico, attori non adatti al ruolo o semplicemente stupidaggini – ha scritto Tarantino – affossano di solito ogni nuovo film che esce da quella fabbrica di salsicce insapore, che un tempo si faceva chiamare Hollywood”.
Un giudizio che, a suo dire, finisce addirittura per rivalutare il passato: i film degli ultimi sei anni, nella sua analisi, fanno sembrare quelli realizzati negli anni Ottanta belli come quelli del decennio d’oro, gli anni Trenta. Una stilettata non indifferente, che sposta l’asticella della qualità sempre più in basso, verso un presente che il regista di “Le Iene” e “C’era una volta a… Hollywood” fatica ormai a riconoscere come proprio.
Il disprezzo per il concetto stesso di “film”
La frustrazione, del resto, non riguarda soltanto il prodotto finito, ma investe l’essenza stessa della settima arte. “Oggigiorno, l’intero concetto di film mi suscita più disprezzo che apprezzamento”, ha rivelato senza peli sulla lingua. Una presa di posizione che, se da un lato alimenta il dibattito sulla qualità artistica del cinema mainstream contemporaneo, dall’altro suggerisce un allontanamento progressivo dell’autore dalle sale.
Tanto che, come ha aggiunto nel suo intervento, preferisce ormai rifugiarsi tra le pagine di un libro piuttosto che assistere all’ennesima delusione sul grande schermo. L’attesa per il suo decimo lungometraggio – che potrebbe vedere la luce sotto forma di adattamento di uno spettacolo teatrale che sta attualmente preparando per il West End – si intreccia così con una riflessione amara sullo stato di salute di un’industria che sembra aver smarrito la propria anima.
L’unica eccezione (e le inchieste parallele)
Sebbene la bordata riguardi sostanzialmente l’intero sistema, Tarantino riconosce l’esistenza di qualche rara eccezione. Ha citato “West Side Story” (2021) e “Horizon: An American Saga” Capitolo 1 e 2, seppure ammettendo che nessuna di queste opere sia riuscita a catturarlo e trasportarlo in quel “magico mondo di piacere” che un tempo amava. A emergere dal marasma generale, però, è un thriller poliziesco distribuito da Netflix, “The Rip”, diretto da Joe Carnahan e interpretato da Matt Damon e Ben Affleck.
Il regista lo ha definito un lavoro dalla premessa originale e realizzato in modo intelligente, elogiando la sceneggiatura e la regia. Curiosamente, proprio intorno a questo titolo – che Tarantino ha voluto sottolineare come riuscito – si è aperto di recente un capitolo giudiziario: alcuni ex agenti di polizia hanno infatti intentato causa ai produttori, sostenendo che la storia abbia utilizzato elementi della loro vita professionale e arrechi danno alla reputazione.
Un’ombra legale che, per ora, non sembra però scalfire l’entusiasmo mostrato dal regista verso quella che ritiene una delle poche produzioni recenti a salvarsi dal naufragio generale.




