La piazza dei No Kings e l’onda lunga del referendum

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La geografia politica italiana, in queste ultime settimane, sembra essere stata ridisegnata da una duplice spinta: quella elettorale, con il responso netto delle urne del 22 e 23 marzo, e quella fisica, con il peso dei corpi scesi in strada sabato 28 marzo. Il corteo nazionale dei “No Kings Italia”, che ha paralizzato Roma snodandosi dalla Tangenziale fino a piazzale del Verano, ha rappresentato il tentativo esplicito di capitalizzare il vento della vittoria referendaria, trasformando il “No” alla riforma costituzionale della giustizia – un voto che ha visto prevalere i contrari con il 53,7 per cento – in una piattaforma mobilitante contro l’esecutivo. L’aria che si respirava tra i manifestanti, circa 300mila secondo gli organizzatori, era quella di una ritrovata fiducia: l’onda lunga del movimento per Gaza non si è dispersa, ma ha trovato nel referendum un nuovo argine contro quella che la piazza definisce la deriva autoritaria del governo Meloni e la sua sudditanza al clima di guerra mondiale caldeggiato dall’amministrazione Trump.

Tra numeri record e simboli della discordia

La manifestazione, indetta sotto il vessillo internazionale “Together: contro i Re e le loro guerre”, ha visto convergere oltre 700 sigle, dai sindacati (Cgil) all’Anpi, passando per i centri sociali e il movimento pro-Palestina. A differenza delle stime iniziali della questura, che parlavano di 15mila presenze, l’affluenza ha costretto gli organizzatori a rinegoziare il percorso con le autorità, prolungando la marcia per smaltire la marea umana. Alla testa del corteo, dietro lo striscione “Per un mondo libero dalle guerre”, sfilavano i vertici di Alleanza Verdi e Sinistra – con Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni e l’europarlamentare Ilaria Salis – e una delegazione del Movimento 5 Stelle. La piazza, però, ha mostrato anche un volto più duro: cori come “Giorgia Meloni vattene” si sono alternati a cartelli dai toni macabri, e non sono mancati gesti esplicitamente ostili come la bruciatura di cartelloni con le bandiere di Stati Uniti e Israele.

Le frizioni istituzionali e il caso Salis

Se il corteo è stato per molti versi una vetrina dell’unità del cosiddetto “campo largo”, la giornata è stata funestata da un retroscena giudiziario che ha inasprito gli animi. Poche ore prima dell’avvio della manifestazione, Ilaria Salis, eurodeputata di Avs, ha raccontato di essere stata sottoposta a un controllo in albergo da parte della polizia. Un episodio che la diretta interessata ha definito “intimidatorio” e un sintomo dello stato di polizia in cui verserebbe il Paese, mentre la questura di Roma ha prontamente smentito la natura preventiva dell’intervento, spiegando che si è trattato di un “atto dovuto” in base a una segnalazione proveniente da un paese europeo, circoscritto alla richiesta di documenti. Nonostante la precisazione, la vicenda ha offerto un ulteriore argomento di attacco per il segretario della Cgil Maurizio Landini, il quale, dalla testa del corteo, ha definito la situazione “inquietante”, chiedendo chiarezza e ribadendo che non si possono mettere in discussione i diritti democratici di manifestare.

La sfida dell’elettoralismo e la logica della guerra

Il vero nodo politico emerso ieri, però, riguarda il futuro del movimento. Se la vittoria referendaria ha restituito slancio alla piazza, gli organizzatori sanno bene che il rischio è quello di reiterare le vecchie divisioni o, peggio, di farsi risucchiare dall’elettoralismo senza riuscire a modificare i rapporti di forza sociali. Il corteo ha tentato di rappresentarsi come un contenitore trasversale, capace di tenere insieme la critica alla politica di riarmo (esplicitamente collegata alle direttive della nuova amministrazione Trump) con la difesa del lavoro e il rifiuto delle politiche di sicurezza del ministro Piantedosi. Landini, nel suo intervento, ha sottolineato come la logica della guerra influisca direttamente sui salari e sulla tenuta democratica, cercando di saldare la mobilitazione sindacale con quella pacifista. Tuttavia, la presenza di frange antagoniste e la gestione della sicurezza, con il Viminale in stato di allerta per possibili infiltrazioni violente, hanno sottolineato quanto sia sottile il confine tra una grande mobilitazione popolare e lo scontro frontale con le istituzioni.

Description: Il corteo No Kings a Roma capitalizza la vittoria referendaria, con 300mila persone contro le politiche di guerra e il governo. Landini guida la protesta tra critiche all’autoritarismo e il caso Salis.

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