No Kings, otto milioni in piazza contro Trump: la sfida che attraversa l’America
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Redazione Esteri
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Sabato scorso, mentre il mondo osservava le mosse della Casa Bianca sul fronte iraniano e interno, le strade americane hanno raccontato una storia diversa. Almeno otto milioni di persone – secondo la stima fornita dagli organizzatori e ripresa da Ansa e dalle principali agenzie internazionali – hanno partecipato alle oltre 3.300 manifestazioni “No Kings” sparse in tutti i 50 Stati, inclusi luoghi simbolici come Porto Rico e l’Alaska. Un numero, questo, che supera di 1,6 milioni di unità la partecipazione registrata durante le mobilitazioni dello scorso ottobre, segnando un’evidente impennata del dissenso. Non si è trattato di una semplice sommatoria di folle, ma di un fenomeno geograficamente pervasivo: se le roccaforti liberal come New York hanno visto le proprie piazze stracolme, il dato più significativo riguarda la diffusione capillare del malcontento anche in quelle contee rurali a forte tendenza repubblicana e negli Stati tradizionalmente conservatori come Idaho e Wyoming, dove la contestazione al presidente ha assunto contorni inediti.
L’anima della protesta e il palco del Minnesota
La parola d’ordine “No Kings” – nessun re – ha fatto da catalizzatore per un malcontento che affonda le radici in più terreni politici. I manifestanti, che hanno riempito strade da Manhattan a San Diego (dove la polizia locale ha conteggiato circa 40mila presenze), hanno sfilato brandendo cartelli che contestavano l’intervento militare in Iran, le retate federali per il controllo dell’immigrazione e l’impennata del costo della vita, che continua a erodere il potere d’acquisto delle famiglie. Un ruolo centrale nella drammaturgia della protesta lo ha giocato il Minnesota, designato come epicentro simbolico dell’intera giornata: decine di migliaia di persone si sono strette sul prato del Campidoglio di St. Paul, dove è salito sul palco Bruce Springsteen. Il rocker, noto per le sue posizioni civili, ha eseguito “Streets of Minneapolis”, un brano scritto in risposta a un episodio che ha scosso l’opinione pubblica, ovvero la morte di due cittadini americani – Renee Good e Alex Pretti – avvenuta nel corso di un’operazione degli agenti federali dell’immigrazione. La loro uccisione, avvenuta durante il controllo delle operazioni dell’ICE, ha trasformato la rabbia per le politiche migratorie in una questione di diritti civili fondamentali.
La reazione della Casa Bianca e la geografia del consenso
Di fronte a questa marea umana che ha invaso anche i viali di Washington, radunandosi al Lincoln Memorial, la reazione dell’amministrazione Trump non si è fatta attendere, anche se è arrivata sotto forma di liquidazione politica. La portavoce Abigail Jackson ha definito le proteste come il prodotto esclusivo di “reti di finanziamento di sinistra”, bollando le manifestazioni come semplici “sessioni di terapia per la sindrome da Trump”, aggiungendo in una nota piuttosto tagliente che gli unici realmente interessati a quelle immagini di folla sarebbero esclusivamente “i giornalisti pagati per seguirle”. I commenti ufficiali, provenienti anche dal comitato nazionale repubblicano, hanno cercato di ridimensionare la portata degli eventi, tentando di etichettarli come raduni di frange estremiste; eppure, i numeri forniti dagli stessi organizzatori – che vantano un incremento di 600 eventi rispetto a ottobre – dipingono un quadro di mobilitazione che appare difficile da archiviare come fenomeno marginale.
Un movimento senza centro ma con una voce chiara
La forza della giornata di sabato è stata, paradossalmente, la sua natura fluida e decentrata. Non esisteva un unico palco nazionale, ma una miriade di assemblee locali che hanno visto la partecipazione trasversale di attivisti per i diritti civili, sindacati e semplici cittadini che si riconoscono nella critica alla deriva autoritaria del presidente. “Trump vuole governarci come un tiranno, ma il potere appartiene al popolo, non a re improvvisati o ai loro amici miliardari”, hanno tuonato gli organizzatori in una dichiarazione raccolta dalla BBC, riassumendo il sentimento comune che ha unito le piazze. Nonostante le accoglienze ostili da parte di alcune contro-manifestazioni – come gli episodi di Dallas che hanno portato a schermaglie e arresti minori – il carattere generale della protesta è stato descritto come massiccio ma prevalentemente non violento, anche se non sono mancati momenti di tensione, come a Los Angeles dove le forze federali hanno fatto ricorso a misure non letali per disperdere i dimostranti. In Europa, da Parigi a Londra passando per Roma, migliaia di persone (tra cui molti espatriati americani) hanno manifestato in solidarietà, amplificando il messaggio che il dissenso verso le politiche di Trump ha ormai valicato i confini nazionali.




