No kings, la marea di New York che sommerge il dissenso contro Trump

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   C’è una parola d’ordine, semplice come un graffito e radicale come un boomerang della storia, che ha riconfigurato il paesaggio politico americano in un solo, lunghissimo weekend di fine marzo: “No Kings”. Nessun re. Un’espressione che, per chi l’ha urlata per le strade di Manhattan o sussurrata nei circoli del Midwest rurale, sintetizza un rifiuto viscerale non tanto a una persona – sebbene quella persona abbia un nome e una rielezione recente alle spalle – quanto a una deriva percepita come autoritaria. La manifestazione newyorkese, che ha visto una folla imponente snodarsi tra i grattacieli senza soluzione di continuità, non è stata un episodio a sé, ma il cuore pulsante di un fenomeno nazionale: più di 3.100 eventi in tutti i 50 Stati Uniti, dall’Alaska fino a Porto Rico, hanno trasformato il malcontento in una geografia politica inedita.

Non più solo le roccaforti democratiche, tradizionalmente abituate alla contestazione, ma anche le contee rurali a tendenza repubblicana hanno visto affiorare cartelli e cori contro la guerra in Iran – uno dei fronti caldi ereditati dalla nuova amministrazione – e contro le politiche dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice), l’agenzia che gestisce il controllo migratorio. Gli organizzatori, nel tracciare un bilancio ancora provvisorio, hanno parlato di otto milioni di partecipanti spalmati su oltre 3.200 manifestazioni, una cifra che, se confermata, collocherebbe questa giornata tra le mobilitazioni coordinate più estese della storia recente americana. Dall’Europa sono arrivate eco di proteste parallele nelle principali capitali, a testimonianza di un’inquietudine che valica l’Atlantico.

La risposta della Casa Bianca, prevedibilmente secca, è arrivata attraverso la portavoce Abigail Jackson, che ha liquidato il fenomeno come il prodotto di “reti di finanziamento di sinistra”. Una definizione che, a giudicare dalla varietà sociologica dei partecipanti – tra i quali non mancavano volti noti del cinema e della musica – appare almeno parziale. Robert De Niro, sfilato in testa al corteo newyorkese con una determinazione che richiamava altri tempi di militanza civile, ha preso la parola per affermare che «meritiamo tutti un paese senza re», aggiungendo, con la sua voce rotta dall’enfasi, che l’attuale inquilino della Casa Bianca «deve essere fermato». Poche parole, nessuna concessione alla retorica pacata, ma un’accusa diretta che ha trovato terreno fertile nella folla.

E se De Niro rappresentava il volto cinematografico della protesta a Est, un’altra icona culturale, “The Boss” Bruce Springsteen, si è unito alla marea umana a Minneapolis, trasformando un concerto di circostanza in un atto politico compiuto. Le immagini arrivano da ogni angolo del paese: non una piazza simbolica, ma un intero paese attraversato da un’unica crepa. Si protesta contro la guerra in Iran, si protesta contro i raid dell’Ice, si protesta contro la deriva giudiziaria e gli “attacchi alla democrazia” – un’espressione generica che, nelle parole dei manifestanti, abbraccia provvedimenti specifici come i tentativi di centralizzazione del potere esecutivo. Nessuno di loro, tra quelli intervistati a caldo, ha parlato di rivoluzione. Hanno parlato, piuttosto, di resistenza diffusa, capillare, quasi domestica. Un’opposizione che non chiede udienza, ma che occupa le strade senza chiedere il permesso.

La geografia inedita del dissenso: quando anche il Midwest dice “no”

Ciò che rende questa ondata di proteste diversa dalle precedenti – come quelle, per fare un esempio, dei primi mesi del primo mandato – è la sua pervasività territoriale. Non ci sono solo le bandiere arcobaleno di Chelsea o i cartelli ironici di Berkeley. Il corteo “No Kings” ha raggiunto anche località dove la parola “impeachment” non è mai stata di moda, e dove il voto a Trump era stato un atto di fiducia, non di adesione entusiasta. In quelle periferie, il malcontento non nasce tanto dalle politiche economiche, quanto da una sensazione di accelerazione autoritaria: l’uso reiterato dei poteri esecutivi per aggirare il Congresso, le minacce velate ai giudici che ostacolano le riforme, la gestione della comunicazione pubblica affidata a toni che molti, ormai, definiscono “regali”. La portavoce Abigail Jackson parla di finanziamenti di sinistra, ma i manifestanti incontrati sul campo raccontano un’altra storia: la loro è una reazione a fatti concreti, come l’espansione dei raid dell’Ice in scuole e luoghi di culto, o l’escalation retorica verso Teheran che ha riacceso il timore di un nuovo conflitto.

Gli atti giudiziari e la cronaca nera: un contesto di inchieste mai sopite

Sullo sfondo della mobilitazione, e senza che questo venga urlato dai megafoni, restano aperti alcuni capitoli giudiziari che hanno segnato gli ultimi anni della politica americana. Non è questa la sede per riaprire singoli fascicoli, ma va ricordato – poiché la folla lo ha fatto proprio – che la metafora del “re” richiama la lunga scia di inchieste sui tentativi di interferire con il corso della giustizia. In parallelo, alcune cronache nere recenti (come i casi di migranti morti durante le retate dell’Ice, o gli incidenti ai confini) hanno fornito un humus emotivo alla protesta. Gli attivisti non menzionano mai vittime specifiche, ma portano striscioni con date e luoghi, trasformando il lutto privato in argomento politico. La magistratura, da parte sua, ha continuato a lavorare su diversi fronti: indagini per abuso di potere, violazioni delle procedure di detenzione, e alcuni episodi di scomparsa di detenuti in centri di trattenimento, dei quali non è stato ancora ricostruito il destino. Nessuna sentenza è attesa a breve, ma il cumulo di questi elementi alimenta la percezione di uno stato di eccezione.

Le cifre del record e il silenzio della contro-informazione

Otto milioni di persone, secondo gli organizzatori. Tremiladuecento eventi in cinquanta Stati. Se si trattasse di una campagna elettorale, questi numeri farebero tremare qualsiasi consulente politico. Ma la Casa Bianca ha scelto la strada della minimizzazione, delegando alla portavoce Jackson una frase – quella sulle “reti di finanziamento” – destinata a diventare virale per le ragioni sbagliate. Nessun commento ufficiale è arrivato da Trump, che ha passato la giornata alla sua residenza in Florida. Nel frattempo, i cortei europei (Parigi, Berlino, Roma) hanno registrato una partecipazione minore ma significativa, con bandiere americane portate a testa in giù, segnale internazionale di soccorso. A New York, dove il freddo di fine marzo non ha scoraggiato nessuno, il corteo si è sciolto senza incidenti rilevanti: la polizia ha segnalato solo tre arresti per ostruzione, nessuna accusa di violenza. Un silenzio assordante, quello dei media conservatori, che hanno dedicato la copertura principale ad altri temi, quasi a voler negare l’evidenza di quelle immagini: strade piene, cori ritmati, e quel pugno di attori e cantanti diventati, loro malgrado, portavoce di un’America che dice di non riconoscersi più nel proprio presidente.

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