San Diego, marea umana per il “No Kings Day”: la protesta che scuote l’America
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Redazione Esteri
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Sabato scorso, le strade di San Diego sono state letteralmente invase da una marea umana: migliaia di manifestanti hanno risposto alla chiamata nazionale del “No Kings Day”, un movimento che, in meno di un anno, ha saputo organizzare la terza mobilitazione su larga scala contro l’amministrazione Trump. Non si è trattato, va detto, di un fenomeno circoscritto alla sola California; la protesta si è invece ramificata in un reticolo fitto di piazze che, dall’Alaska fino a New York, hanno visto una partecipazione trasversale, alimentata dall’opposizione a quelle che vengono definite come derive autoritarie del potere esecutivo. Le rivendicazioni, come emerso dai cortei, si sono concentrate su tre fronti principali: le politiche sull’immigrazione, giudicate da molti come una linea dura senza precedenti, l’andamento del conflitto in Iran e, non secondario, il caro-vita che continua a comprimere il potere d’acquisto delle famiglie americane.
Minneapolis, il nodo della repressione e le vittime dimenticate
Ma è a Minneapolis, città che ha fatto da epicentro simbolico alle proteste, che il malcontento ha trovato la sua espressione più drammatica e concreta. Lì, nel corso di quest’anno, l’offensiva federale contro l’immigrazione si era già macchiata di sangue: agenti federali, durante un’operazione, avevano ucciso due cittadini, Renée Good e Alex Pretti. La loro morte, avvenuta nel contesto di una repressione dura che aveva già scosso Saint Paul (la città gemella), è diventata il grido di dolore che ha alimentato la rabbia dei presenti. In questo scenario, la presenza delle forze dell’ordine è tornata a essere un elemento di forte tensione, ricordando ai cittadini che, negli scorsi mesi, le stesse strade erano state teatro di scontri brutali tra manifestanti e polizia.
La solidarietà oltreoceano: Parigi scende in piazza alla Bastiglia
Il movimento, dimostrando una capacità di aggregazione che travalica i confini nazionali, ha trovato eco anche in Europa. A Parigi, diverse centinaia di persone si sono radunate sabato mattina in place de la Bastille, un luogo carico di significato storico per la tradizione rivoluzionaria francese. A differenza delle precedenti manifestazioni, però, questa edizione parigina ha visto un’inedita convergenza: accanto agli americani residenti in Francia, sono scesi in piazza i sindacati transalpini e le organizzazioni per i diritti umani, dando alla protesta “No Kings” un carattere di solidarietà internazionale che finora era mancato. Un segnale, questo, che la critica all’amministrazione statunitense sta progressivamente erodendo anche il muro della tradizionale prudenza europea verso le questioni di politica interna americana.
Un movimento di massa nato in opposizione a una data simbolica
L’intera giornata di disobbedienza nazionale, battezzata “No Kings Day”, non è nata per caso ma affonda le sue radici in una scelta temporale precisa: la prima edizione risale infatti al 14 giugno 2025, data del compleanno del presidente Trump. Quella di sabato rappresenta dunque la terza giornata consecutiva di mobilitazione da quando il movimento ha preso forma, e i numeri parlano di una crescita esponenziale di consensi. Se le prime due proteste, tenutesi rispettivamente in estate e in autunno, avevano già fatto registrare una partecipazione stimata tra i 4 e i 6 milioni a giugno e circa 7 milioni a ottobre, questa nuova ondata conferma la capacità del movimento di mantenere alta l’attenzione. L’assenza di una sintesi ufficiale da parte delle autorità non ha impedito agli organizzatori di rivendicare il successo della partecipazione, sottolineando come, da Washington a Minneapolis, passando per San Diego, il Paese abbia scelto di tornare in piazza per dire no a quella che percepiscono come una presa di potere senza freni né contrappesi istituzionali.




