“No kings”, la piazza che sfida Trump: 9 milioni tra Stati Uniti ed Europa

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il movimento “No Kings” ha trasformato l’ultimo fine settimana di marzo in una giornata di mobilitazione globale, portando nelle strade di decine di città una folla stimata in circa nove milioni di persone. Nato negli Stati Uniti nel 2025 come reazione a quella che viene definita una deriva dispotica dell’esecutivo, il movimento ha trovato il suo culmine simbolico nella terza manifestazione nazionale tenutasi il 29 marzo, un’onda lunga che ha attraversato i cinquanta stati americani con oltre tremila cortei. A queste iniziative si sono aggiunte piazze europee—da Roma a Madrid, passando per Londra—e persino in Israele, dove il malcontento si è esteso fino al premier Benjamin Netanyahu, coinvolto a sua volta nel conflitto in Iran che ha alimentato le proteste.

L’America in marcia e il contributo delle star attiviste

Sotto il sole di New York, Washington e Los Angeles, i manifestanti hanno riempito i viali delle metropoli con cartelli e striscioni che contestavano l’operato del presidente Donald Trump, puntando il dito in particolare contro la strategia militare adottata nei confronti dell’Iran. Tra i volti noti emersi tra la folla spiccano quelli di Bruce Springsteen e Robert De Niro, che hanno preso parte attiva alle marce, prestando la propria immagine—e in alcuni casi la propria voce—a una protesta che ha assunto i contorni di un vero e proprio referendum popolare di piazza. De Niro, in particolare, si è unito a un corteo insieme a Jane Fonda, altra figura storica di Hollywood ormai stabilmente impegnata sul fronte dell’attivismo politico. La loro presenza, lungi dall’essere meramente simbolica, ha contribuito a canalizzare l’attenzione mediatica su un movimento che, pur radicato nella società civile, ha saputo intercettare il malcontento trasversale verso un’amministrazione percepita come sempre più autoritaria.

La strategia del disordine al centro delle critiche

Se le manifestazioni rappresentano la reazione visibile della società, ciò che viene contestato nei cortei è un modus operandi che molti osservatori, ormai, hanno imparato a definire come la “strategia del disordine”. Il filo rosso che lega le scelte della Casa Bianca appare caratterizzato da una sequenza pressoché costante di contraddizioni: dichiarazioni che smentiscono quelle rilasciate poche ore prima, provvedimenti che sembrano intenzionalmente pensati per destabilizzare tanto l’avversario politico quanto gli stessi apparati amministrativi. In questo miscuglio di forza e spregiudicatezza, i risultati tangibili sul terreno—a cominciare dall’escalation in Iran—sono apparsi a molti manifestanti come il prodotto di un esercizio del potere finalizzato più a disarticolare le istituzioni che a perseguire un disegno coerente. È proprio questa percezione di un’azione di governo volta a creare fratture piuttosto che a risolvere le crisi ad aver alimentato, nelle settimane precedenti, l’espansione internazionale del movimento “No Kings”.

Dalla guerra in Iran alla mobilitazione globale

L’elemento scatenante che ha trasformato una protesta interna agli Stati Uniti in un fenomeno di portata internazionale è stata l’escalation del conflitto con l’Iran, evento attorno al quale si è coagulata una critica trasversale alle politiche belliche dell’amministrazione Trump. Le migliaia di manifestazioni che hanno attraversato l’America hanno trovato eco immediata in Europa, dove piazze come quelle di Roma e Madrid hanno ospitato cortei solidali, spesso accomunati dallo stesso slogan “No Kings” (nessun re), che rimanda al rifiuto di quella che viene considerata una concentrazione eccessiva di potere nelle mani di un singolo. A rendere la mobilitazione particolarmente significativa è stata la capacità di tenere insieme istanze diverse—dal pacifismo alla difesa delle istituzioni democratiche—senza che il messaggio perdesse di nitidezza. Dal canto loro, le forze dell’ordine negli Stati Uniti hanno gestito le marce senza registrare episodi eclatanti di violenza, limitandosi a presidiare i percorsi in una giornata che, nonostante la massiccia partecipazione, è rimasta prevalentemente nell’alveo della protesta pacifica.

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