Il paradosso delle piazze “No Kings”: quando la protesta contro il potere si scontra con la volontà delle urne
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Redazione Esteri
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Cari cittadini americani, quello a cui abbiamo assistito nel corso dell’ultimo fine settimana rappresenta un’immagine tanto potente quanto, per certi versi, paradossale. Sabato 28 marzo, gli Stati Uniti hanno messo in scena quella che probabilmente è la più grande giornata di protesta nella loro storia recente: oltre 3.300 eventi coordinati in tutti i 50 stati federali, con una stima che supera gli otto milioni di persone scese in piazza. Un numero imponente, quasi disarmante, che ha visto convergere nelle strade non solo la tradizionale America progressista delle coste, ma anche quella silenziosa delle piccole città rurali e degli stati tradizionalmente conservatori, quella del cosiddetto “Midwest” profondo. Tutti uniti da un grido che risuona come un anatema nella storia repubblicana americana: “No Kings”, niente re.
L’ombra lunga di Minneapolis e la scossa della guerra
A guidare questa terza ondata di mobilitazione nazionale, dopo quelle già avvenute nel giugno e nell’ottobre del 2025, è stata una miscela esplosiva di rabbia e disillusioni. Il centro nevralgico della protesta è stata Minneapolis, una città che porta ancora i segni delle ferite recenti. Proprio qui, a inizio anno, le operazioni a tappeto dell’Ice – l’agenzia governativa preposta al controllo dell’immigrazione – avevano causato la morte di due cittadini statunitensi, Renee Good e Alex Pretti, trasformando la città in un simbolo della repressione voluta dall’amministrazione. Le loro immagini, come ha ricordato sul palco Bruce Springsteen – che per l’occasione ha eseguito un brano a loro dedicato – sono diventate lo stendardo di un movimento che denuncia una deriva percepita come autoritaria. Ma c’è un altro elemento, forse ancora più dirompente, che ha alimentato la marea umana: la guerra. L’attacco militare congiunto con Israele contro l’Iran, scattato il 28 febbraio, ha riacceso la paura di un conflitto lungo e costoso, un’ombra che aleggiava già da settimane sulle coscienze degli americani e che ha spinto molte persone a scendere in piazza per dire basta a quella che viene definita una “guerra illegale” voluta esclusivamente dal presidente.
Una protesta senza confini e la replica sprezzante della Casa Bianca
La particolarità di questa tornata di proteste, a differenza delle precedenti, è stata la sua capacità di varcare i confini nazionali. Non solo gli Stati Uniti: da Roma a Parigi, da Berlino a Madrid, passando per Amsterdam e fino a Sydney, migliaia di persone hanno risposto presente, manifestando contro le politiche di un presidente che, a distanza di un anno dalla sua rielezione, sembra polarizzare l’opinione pubblica mondiale come forse nessun altro prima di lui. A Berlino, i cartelli con la scritta “Führerprinzip” (principio del capo) hanno voluto lanciare un monito storico che va ben oltre la semplice critica politica. Eppure, di fronte a questa marea, la risposta della Casa Bianca è stata, a dir poco, sprezzante. La portavoce Abigail Jackson ha liquidato le manifestazioni come semplici “sedute di terapia per il disturbo da Trump”, ribadendo la linea già adottata dal presidente, che aveva definito i manifestanti “lunatici di sinistra” finanziati da George Soros.
Lo slogan “No Kings” e la faglia democratica
Ma al di là della retorica ufficiale, il dato politico che emerge con forza è la profondità della faglia che attraversa la società americana. Lo slogan “No Kings” non è solo un’invettiva contro un singolo uomo, ma la sintesi di un timore più strutturale: quello che vede la concentrazione di poteri nella presidenza minare alla base quei contrappesi (il Congresso, la magistratura, lo stato di diritto) su cui si fonda la democrazia liberale. Non a caso, il rapporto del Varieties of Democracy Institute dell’Università di Göteborg, pubblicato pochi giorni prima delle proteste, ha decretato che gli Stati Uniti non possono più essere considerati una democrazia liberale, un’accelerazione verso l’autocrazia che secondo i ricercatori procede a un ritmo superiore a quello registrato in Ungheria o Turchia.
Tra i manifestanti, molti esprimevano preoccupazione non solo per la politica estera o per i rastrellamenti dell’Ice, ma anche per la salute stessa delle istituzioni. A Washington, durante il corteo principale, alcuni cittadini hanno denunciato la messa in discussione del sistema elettorale e l’erosione della libertà di stampa, elementi ritenuti ormai sotto attacco sistematico. C’è, in queste voci, un senso di smarrimento profondo: la sensazione che il mandato ricevuto dal presidente alle urne venga utilizzato per smantellare quelle stesse regole del gioco che hanno permesso la sua ascesa.




