Morto a Gualdo Tadino, i suoi cani lo hanno sbranato dopo il decesso. La procura di Perugia indaga per il caso Fentanyl.

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il dramma della solitudine si è consumato tra le mura di un’abitazione nella frazione di Rigali, a Gualdo Tadino, dove un uomo di 51 anni è stato trovato senza vita dai carabinieri, ieri pomeriggio, al termine di una verifica richiesta dai familiari. La nipote, preoccupata per il silenzio che si protraeva da giorni e per l’impossibilità di mettersi in contatto con il congiunto, ha allertato i militari che, una volta sul posto in via delle Vignole, non hanno potuto fare altro che sfondare la porta d’ingresso. All’interno, la scena che si è presentata ai loro occhi era quella di un Corpo riverso a terra, privo di sensi e ormai in avanzato stato di decomposizione, attorno al quale si muovevano tre cani di razza pitbull, gli stessi che vivevano con lui. Secondo una prima ispezione cadaverica effettuata dal medico legale, sul corpo non sarebbero stati riscontrati segni di violenza riconducibili all’azione di terze persone, ipotizzando quindi un decesso dovuto a cause naturali, forse un malore improvviso. Tuttavia, gli animali, rimasti chiusi in casa per giorni senza la possibilità di accedere a fonti di cibo, hanno infierito sul corpo ormai esanime del padrone, provocando quelle ferite che hanno reso il ritrovamento ancora più macabro. La procura di Perugia, come atto dovuto, ha aperto un fascicolo contro ignoti e disposto l’esame autoptico, che dovrà chiarire con certezza non solo la causa del decesso, ma anche la tempistica esatta dell’accanimento degli animali, circostanza che al momento sembra essere successiva alla morte dell’uomo. I tre pitbull sono stati immediatamente presi in custodia e trasferiti in una struttura veterinaria della Asl, dove resteranno a disposizione dell’autorità giudiziaria in attesa che vengano completati tutti gli accertamenti del caso.

Il giallo del Fentanyl a Perugia, indagati tre operatori di una cooperativa

Sul fronte del capoluogo umbro, un’altra vicenda complessa tiene banco negli uffici della procura guidata da Raffaele Cantone. A distanza di quasi due anni dal clamore mediatico sollevato da un post sui social che annunciava il ritrovamento di una dose di eroina tagliata con il letale Fentanyl, l’inchiesta si è conclusa con un avviso di conclusione delle indagini notificato a tre dipendenti della cooperativa Borgorete, la quale, per conto della Asl Umbria 1, gestisce i servizi di riduzione del danno legati alla tossicodipendenza. La contestazione, per tutti e tre, è di concorso in favoreggiamento personale, un’accusa che pesa come un macigno sulle loro posizioni. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, nell’aprile del 2024 una tossicodipendente si era rivolta all’unità di strada della cooperativa consegnando spontaneamente un piccolo quantitativo di eroina che, a suo dire, aveva effetti particolarmente forti; le analisi condotte dal laboratorio di Medicina legale dell’Università di Perugia confermarono la presenza di una percentuale di Fentanyl, un oppioide sintetico potentissimo che negli Stati Uniti ha causato una vera e propria epidemia di morti per overdose e che, sotto la presidenza Trump, era stato dichiarato emergenza nazionale. Della scoperta, però, la procura non fu informata, venendo a conoscenza del fatto solo attraverso la risonanza mediatica che ne seguì.

Le omissioni e le schede falsificate per depistare le indagini

La squadra mobile di Perugia, incaricata di risalire alla fonte di quella dose, si è trovata davanti a un muro di gomma. I primi operatori sentiti, un 45enne originario di Cinquefrondi e un 42enne di Catanzaro, entrambi con ruoli operativi all’interno della cooperativa, dichiararono di non essere in grado di fornire elementi utili per identificare la donna che aveva consegnato la sostanza, affermando di non conoscerla. Dichiarazioni che, con il prosieguo delle indagini e grazie anche ad attività tecniche come le intercettazioni, si sono rivelate false. Non solo: agli investigatori venne consegnata una scheda tecnica, presentata come il resoconto originale del colloquio con la tossicodipendente, nella quale si menzionavano test colorimetrici eseguiti sulla droga. In realtà, gli inquirenti sono successivamente entrati in possesso della scheda autentica, quella redatta realmente al momento della consegna, dalla quale emergevano dati anagrafici parziali della donna – come età e sesso – e, particolare non trascurabile, non si faceva alcun cenno a quei presunti test rapidi. Una ricostruzione, questa, che ha portato a ritenere che il documento fatto pervenire alla polizia fosse stato artefatto ad arte per depistare le indagini. Alla coordinatrice della cooperativa, una 54enne originaria della provincia di Teramo, viene contestato di aver spinto i due operatori a omettere informazioni e a non rivelare l’identità della donna, una condotta che di fatto ha protetto la tossicodipendente – la quale, sentita successivamente, ha negato che la dose avesse effetti particolari, fornendo anche elementi per individuare lo spacciatore – e ha impedito per diverso tempo di capire se altre dosi di eroina contaminata circolassero effettivamente sul mercato.

Un allarme nazionale senza seguito e le ombre sulla cooperativa

Quell’allarme, rilanciato a livello nazionale e che aveva messo in allerta il Dipartimento per le politiche antidroga, aveva innescato un imponente dispositivo investigativo. La procura aveva disposto un’ampia attività di monitoraggio, impiegando agenti dello Sco sotto copertura in tutte le piazze di spaccio di Perugia, analizzando decine di dosi sequestrate e controllando persino il dark web alla ricerca di transazioni riconducibili al Fentanyl. Tutti questi accertamenti, condotti con grande dispiegamento di forze, hanno dato esito negativo: di quella specifica sostanza da taglio non è mai stata trovata traccia in nessun altro campione di stupefacente. Un dato, questo, che rende ancora più spinoso il comportamento dei tre indagati, i quali ora avranno venti giorni di tempo per presentare memorie, documenti o chiedere di essere interrogati dal procuratore Cantone. La posizione della cooperativa Borgorete, da sempre in prima linea nella riduzione del danno e nel supporto ai tossicodipendenti, finisce così al centro di una bufera giudiziaria che solleva interrogativi sulla gestione di un caso di potenziale emergenza sanitaria, trasformando un episodio di cronaca in un intricato nodo investigativo da sciogliere nelle aule di tribunale.

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