Francesco Guccini, l’artigiano delle parole: l’addio al cantautore che ha unito generazioni
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Redazione Interno
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La notizia ha trovato l’Italia quasi impreparata, nonostante l’età ormai avanzata di quell’uomo che da decenni sembrava appartenere alla geografia più che alla cronaca del nostro paese. Francesco Guccini si è spento a Pavana, dove aveva scelto di vivere circondato dalla nebbia e dai boschi dell’Appennino tosco-emiliano, con accanto la moglie Raffaella e la figlia Teresa, all’età di 86 anni.
La sua voce, che per oltre mezzo secolo ha raccontato storie di operai, anarchici, emigranti e persone comuni, si è infine spenta, lasciando però un’eredità culturale che pochi altri artisti italiani possono vantare: la forza di un poeta che non ha mai smesso di fare l’artigiano della parola.
Da Modena all’Appennino: il viaggio di un cantastorie moderno
Nato a Modena il 14 giugno 1940, Guccini ha costruito la sua identità artistica tra la pianura emiliana e l’Appennino, tra i libri di scuola e le osterie dove ha imparato l’arte del racconto orale. La sua infanzia, segnata dalla guerra e dalla lontananza del padre – che fu imprigionato per essersi rifiutato di giurare fedeltà ai nazisti – lo ha reso un osservatore precoce delle ingiustizie e delle contraddizioni di un paese che cercava di ricostruirsi.
Dopo aver lavorato come giornalista alla Gazzetta di Modena, si è avvicinato alla musica quasi per caso, scrivendo canzoni per i gruppi beat dell’epoca, come l'Equipe 84 e i Nomadi, che portarono al successo brani come Dio è morto e Auschwitz. È stata però la scelta di mettersi in proprio, di diventare il narratore di storie che nessun altro avrebbe raccontato, a trasformarlo in un punto di riferimento per la canzone d’autore italiana, quello che i suoi fan hanno imparato a chiamare "il Maestrone".
La Locomotiva e le radici dell'impegno: il legame con Luigi Molinari
Tra i suoi brani più celebri, La locomotiva, pubblicata nell’album Radici del 1972, rappresenta forse il vertice del suo modo di fare canzone: un fatto di cronaca trasformato in epopea popolare, con il treno lanciato a tutta velocità verso Bologna che diventa il simbolo di una ribellione senza speranza. Ma pochi sanno che quel brano, come ha spiegato lo stesso Guccini in un’intervista, ha un "antenato" illustre, un canto scritto dall’anarchico cremasco Luigi Molinari, figura fondamentale per comprendere le radici del pensiero libertario in Italia.
Molinari, nato a Crema nel 1866 e avvocato di professione, fu il promotore di un’insurrezione in Lunigiana nel 1894, un movimento di supporto ai Fasci siciliani allora repressi nel sangue da Francesco Crispi. La sua poesia Dies Irae, scandita durante i moti e successivamente musicata da un anonimo come Inno alla rivolta, è proprio la "nonna" della locomotiva gucciniana, come lui stesso ha dichiarato.
Questa eredità è stata celebrata da Guccini nel suo penultimo album, Canzoni da intorto (2022), dove ha riportato alla luce quei versi quasi dimenticati, ricucendo un filo della memoria storica che lega la protesta contadina di fine Ottocento alla canzone d’autore dei giorni nostri.
Il concerto dei vent'anni e l'Osteria delle Dame: Bologna come geografia dell'anima
Il legame di Guccini con Bologna è stato profondo e viscerale, tanto che quando il cantautore si è spento, centinaia di persone si sono radunate davanti alla sua casa di via Paolo Fabbri, un indirizzo che è anche il titolo di uno dei suoi album più celebri, per cantare le sue canzoni e lasciare fiori e biglietti.
Una folla commossa ha invaso le strade del capoluogo emiliano come se fosse tornato il 21 giugno 1984, quando oltre 160 mila persone riempirono Piazza Maggiore per il concerto dei vent'anni di carriera, un evento senza precedenti che è entrato nella memoria collettiva. Da quelle serate, insieme a musicisti come Ellade Bandini e Juan Carlos "Flaco" Biondini, è nato l’album live Fra la Via Emilia e il West, che raccoglieva le tappe di quel tour memorabile.
Un’altra tappa fondamentale di quella Bologna che Guccini amava era l’Osteria delle Dame, il locale da lui fondato nel 1970 insieme a Padre Michele Casali, dove l’artista si esibiva in concerti acustici e intimi che hanno lasciato un segno indelebile nella storia della musica italiana.
L'ultimo saluto tra la riservatezza della famiglia e l'abbraccio della città
A dare la notizia della scomparsa sono stati proprio i familiari, che hanno chiesto di vivere il lutto nella più assoluta riservatezza e hanno fatto sapere che, nel rispetto delle volontà dell’artista, i funerali si terranno in forma strettamente privata. Per permettere a tutti coloro che hanno amato la sua musica e il suo inconfondibile modo di raccontare il mondo di rendergli omaggio, è stata però organizzata una cerimonia commemorativa pubblica che si terrà nel mese di settembre.
Intanto, nella sua casa di Pavana, dove si era ritirato da alcuni anni, continuano ad arrivare i pellegrinaggi degli estimatori, mentre in piazza Maggiore e in via Paolo Fabbri le voci che intonano i suoi versi si mescolano al rumore della città che lo ha adottato, quasi a voler dimostrare che le sue parole, come quelle dei grandi poeti, non smetteranno di risuonare.
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