L’escalation in Medioriente: uccisi Larijani e Soleimani, missili su Tel Aviv e il nodo della rappresaglia
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Redazione Esteri
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La notte appena trascorsa ha segnato un’ulteriore, drammatica impennata nel conflitto che oppone Israele e Stati Uniti all’Iran, con una serie di eventi che si susseguono con la violenza tipica delle guerre moderne, dove i confini tra ritorsione e azione preventiva diventano sempre più labili. fonti ufficiali israeliane hanno rivendicato l’uccisione di due tra le figure più eminenti della sicurezza iraniana: Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, e Gholamreza Soleimani, comandante della milizia dei Basij, un Corpo paramilitare affiliato ai Guardiani della Rivoluzione. La conferma della morte di entrambi i vertici è giunta poche ore dopo, attraverso i canali ufficiali di Teheran, che hanno parlato di un "attacco codardo" portato nel cuore della capitale.
La risposta della Repubblica Islamica non si è fatta attendere e ha assunto le sembianze di una pioggia di fuoco. una salva di missili, lanciata dai Guardiani della Rivoluzione come dichiarato vendetta per il sangue dei propri comandanti, ha preso di mira il centro di Israele. nell’area metropolitana di Tel Aviv, i frammenti degli ordigni hanno causato la morte di due persone, come confermato dai servizi di emergenza israeliani, mentre diverse autovetture sono state avvolte dalle fiamme e una stazione ferroviaria è rimasta danneggiata, portando alla sospensione temporanea dei convogli in tutta la nazione. Quasi in contemporanea, l’aviazione israeliana ha ripreso a colpire Beirut, causando vittime, e un drone ha tentato di colpire l’ambasciata statunitense a Baghdad, senza tuttavia provocare danni ingenti o feriti, stando alle prime ricostruzioni fornite da fonti della sicurezza irachena all’AFP.
Sul fronte marittimo e diplomatico, la tensione è altrettanto palpabile. le forze armate americane hanno impiegato munizioni di grosso calibro per colpire siti di missili iraniani lungo la costa, vicino allo Stretto di Hormuz, un passaggio cruciale per i traffici petroliferi globali, motivando l’azione con la necessità di neutralizzare una minaccia per la navigazione internazionale. Nel frattempo, a Riad, i ministri degli esteri dei Paesi arabi e islamici si sono riuniti d’urgenza per discutere le ripercussioni del conflitto, in un clima di crescente preoccupazione per una regionalizzazione della crisi che appare ormai compiuta.
Mentre i cannoni tuonano, l’ONU ha acceso i riflettori su un’altra emergenza umanitaria, quella in Cisgiordania. Un nuovo rapporto dell’Alto Commissariato per i diritti umani, che copre il periodo fino allo scorso ottobre, denuncia l’espansione accelerata degli insediamenti israeliani come motore principale dello sfollamento forzato di oltre 36.000 palestinesi in un anno. Il documento parla di "violenza coordinata e strategica" da parte dei coloni, spesso con la complicità o la partecipazione diretta delle forze di sicurezza israeliane, e solleva il timore di una politica di trasferimento forzato su larga scala che, nelle parole dell’Alto Commissario Volker Türk, potrebbe configurare preoccupanti scenari di pulizia etnica, se combinata con quanto già avviene a Gaza




