Gli accordi di Riad sul Mar Nero: chi guadagna e chi resta indietro
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Redazione Esteri
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La tregua tra Ucraina e Russia, che avrebbe dovuto prendere forma a partire dal Mar Nero, ha finito per concretizzarsi, seppure tra tensioni e ritardi. Per Mosca, l’intesa rappresenta una vittoria strategica ed economica, garantendo la ripresa del traffico marittimo e, con esso, l’accesso ai mercati globali. Un passo che, seppur graduale, segna un’inversione di tendenza rispetto alle sanzioni imposte dall’Occidente.
Donald Trump, da tempo schierato su una linea più conciliante verso il Cremlino, ha ribadito l’intenzione di facilitare il reinserimento della Russia nell’economia mondiale, a cominciare dai settori agricoli e dei fertilizzanti. Ma dietro le quinte si lavora anche a un ripristino delle forniture energetiche all’Europa e a un allentamento delle restrizioni finanziarie. Una serie di mosse che, seppur presentate come necessarie per stabilizzare i mercati, tradiscono l’obiettivo di normalizzare i rapporti con Mosca, riducendo progressivamente l’isolamento imposto dopo l’invasione dell’Ucraina.
Eppure, la tregua fatica a decollare. Trump ha accusato la Russia di "dragging his feet", un’espressione che, tradotta liberamente, suggerisce come il Cremlino stia deliberatamente rallentando i negoziati, alzando progressivamente le richieste. Intanto, gli attacchi continuano: Volodymyr Zelensky ha denunciato l’invio di 117 droni su obiettivi civili, mentre Mosca replica accusando Kiev di colpire infrastrutture energetiche. Un braccio di ferro che, nonostante gli accordi, lascia poco spazio all’ottimismo.




