La graticola di Meloni e il dilemma delle elezioni anticipate dopo la débâcle referendaria

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La sconfitta subita al referendum sulla giustizia, un verdetto che ha consegnato al “No” un margine ben più ampio del previsto, ha aperto una fase di profonda e sofferta analisi politica all’interno del centrodestra. Giorgia Meloni, che per oltre tre anni aveva coltivato un’immagine di incolmabile solidità e di costante ascesa, si trova oggi a fare i conti con una maggioranza che trema, esposta a tensioni mai viste prima e a un vero e proprio terremoto interno, aggravato dal cambio della guardia ai vertici dei senatori di Forza Italia. A essere finita sotto la lente di ingrandimento, in queste ore concitate, è innanzitutto la tenuta della compagine governativa, con la presidente del Consiglio che ha deciso di passare al setaccio i suoi ministri, in particolare quelli con deleghe economiche, per valutare chi, tra loro, abbia ancora le carte in regola per reggere l’urto della prossima campagna elettorale. L’obiettivo, del resto, è chiaro: c’è la necessità di un cambio di passo, di una vera e propria svolta nel modus operandi dell’esecutivo, per tentare di rialzarsi da un colpo che ha scosso le fondamenta stesse del patto di maggioranza.

A fronte di questo scenario, la domanda che risuona insistente nei corridoi di palazzo Chigi e che la premier si sente rivolgere da più parti – da alcuni ministri di Fratelli d’Italia, ma anche dal titolare dell’Economia, Giancarlo Giorgetti – è se sia giunto il momento di abbandonare ogni cautela e di correre al voto. È il dilemma della lamiera, quello che attanaglia Meloni: andare o non andare alle elezioni anticipate? La tentazione, in un certo senso, è alimentata dall’esperienza storica del passato, quando Matteo Renzi, dopo la débâcle del referendum costituzionale del 2016, pagò a caro prezzo la scelta di non sciogliere immediatamente le Camere, rimanendo a leccarsi le ferite per non aver azzardato quella che sarebbe potuta essere l’ultima mossa vincente. D’altro canto, però, per la presidente del Consiglio ci sono ottime ragioni per non eccedere con l’audacia; correre alle urne adesso, in questo preciso momento di fragilità, potrebbe rivelarsi la più spericolata delle prove d’autore, una prova che rischierebbe di trasformarsi in una sconfitta ancora più amara e definitiva.

L’interim e le tensioni nella maggioranza dopo il terremoto giustizia

La sconfitta referendaria ha lasciato strascichi profondi, innescando meccanismi di resa dei conti che hanno portato a un primo, significativo ricambio ai vertici del dicastero di via Arenula. Dopo l’esito del voto, è stato infatti il sottosegretario Andrea Delmastro Delle Vedove, figura chiave e molto vicina alla premier, a rassegnare le dimissioni, seguito a ruota dalla capa di gabinetto Giusi Bartolozzi, le cui dichiarazioni avventate durante la campagna referendaria – quelle in cui parlava di “liberare” la magistratura definendola un “plotone di esecuzione” – erano finite al centro di un vortice di polemiche. A complicare ulteriormente il quadro, si inserisce poi la posizione della ministra del Turismo, Daniela Santanchè, sulla quale la stessa Meloni ha espresso un “auspicio” affinché, con senso di responsabilità, decida di fare un passo indietro. Santanchè, già al centro di un procedimento giudiziario per falso in bilancio e indagata per bancarotta e truffa all’Inps, rappresenta ormai un nodo politico di difficile gestione, e la tensione sul suo futuro è destinata a tenere banco nei prossimi giorni.

Oltre ai fronti interni a Fratelli d’Italia, il terremoto ha fatto tremare anche gli equilibri con gli alleati di governo. Tra i ministri finiti sotto osservazione, oltre a quelli con deleghe economiche, ci sono figure tecniche come il ministro della Salute, Orazio Schillaci, e quello del Lavoro, Marina Calderone, entrambi penalizzati da indici di gradimento che faticano a decollare. Ma l’attenzione è altissima anche sul Mimit, il ministero delle Imprese e del Made in Italy occupato da Adolfo Urso, un dicastero considerato strategico in vista della prossima tornata elettorale. La premier, di fatto, sta cercando di capire chi, tra i suoi, abbia la forza di reggere l’urto di una campagna elettorale che potrebbe essere imminente, mentre le voci su un possibile rimpasto di governo si fanno sempre più insistenti, nonostante le difficoltà oggettive legate al fatto che un’operazione di questa portata richiederebbe un nuovo passaggio di fiducia alle Camere.

Il rebus delle urne tra pressioni interne e nodi economici

A rendere concreta l’ipotesi del voto anticipato, concorre anche la situazione economica, descritta dagli analisti come sempre più fragile e stagnante, con l’Italia che fatica a tenere il passo di altri paesi europei e una crescita che stenta a decollare. La consapevolezza che la prossima legge di bilancio non consentirà margini di spesa generosi, anzi imporrà sacrifici, alimenta il ragionamento strategico di chi, come Giorgetti, suggerisce di non aspettare il 2027 ma di andare subito al voto, approfittando di un’opposizione ancora frammentata e divisa. Il ragionamento di fondo, che affonda le radici nei “mille pensieri” della premier, è semplice: meglio giocarsi il tutto per tutto adesso, prima che l’impatto del conflitto in Iran o le ricadute della politica estera americana – con la rielezione di Donald Trump, con il quale Meloni ha costruito un rapporto privilegiato – finiscano per pesare ulteriormente sull’economia reale e sul consenso.

D’altra parte, la strada del voto anticipato è disseminata di insidie. Se da un lato esiste un’ala della maggioranza che spinge per cambiare la legge elettorale, magari introducendo un sistema proporzionale che garantirebbe un’ampia maggioranza, dall’altro lato molti esponenti della Lega hanno già bollato questa ipotesi come una follia, sostenendo che il Paese ha ben altre emergenze a cui pensare. Il rischio, per Meloni, è quello di apparire come una leader che cambia le regole del gioco per convenienza, un’accusa che indebolirebbe ulteriormente la sua credibilità. E poi c’è il fattore tempo: dopo la batosta referendaria, la possibilità di un voto subito dopo l’estate sembra essere l’ipotesi più concreta, ma nulla è ancora scritto. La premier, che ha escluso categoricamente l’ipotesi di dimettersi, sembra intenzionata a gestire il conflitto giorno per giorno, pesando i pro e i contro di una scelta che, in ogni caso, segnerà il destino della legislatura.

La resa dei conti interna e il futuro della legislatura

L’analisi dei dati del referendum ha consegnato un quadro politico complesso, in cui la sconfitta non può essere letta semplicemente come una bocciatura della persona Meloni – almeno un terzo dei votanti del “No” ritiene che debba restare a Palazzo Chigi – ma sicuramente come un severo giudizio sul metodo di governo e su alcune scelte politiche ritenute divisive. La sensazione, avvertita anche in ambienti di maggioranza, è che una parte dell’elettorato abbia voluto punire la scarsa coerenza applicata al principio “se sbagli paghi”, un principio che il governo ha sempre rivendicato con forza nei confronti degli avversari ma che, secondo molti, è stato applicato con minor rigore nei casi interni. In questo senso, la pressione su Santanchè e le dimissioni dei due vertici della giustizia rappresentano un tentativo di ricucire con l’elettorato, mostrando una ritrovata capacità di intervento e di “discontinuità” rispetto al passato.

Guardando al futuro immediato, la premier si trova dunque a dover gestire un’emergenza interna alla coalizione che rischia di esplodere da un momento all’altro. Il fatto che i principali partiti di maggioranza – Forza Italia, Lega e gli stessi meloniani – abbiano puntato su riforme diverse (la giustizia per gli azzurri, l’autonomia per il Carroccio e il premierato per FdI) e che tutte, a vario Titolo, abbiano subito un arresto o un rallentamento, non fa che acuire le tensioni. L’idea di ripartire dal voto anticipato, in un clima di sfiducia reciproca e di liste ancora da definire, appare ad alcuni come una scommessa ad altissimo rischio. Tuttavia, per una leader che ha costruito la sua parabola politica sulla capacità di azzardare e di uscire vincente dagli stalli istituzionali, la tentazione di chiudere il cerchio con una prova di forza – magari quella di tornare a chiedere il giudizio popolare prima del previsto – potrebbe rivelarsi irresistibile, trasformando quello che oggi è solo un dilemma esistenziale nella prossima, decisiva mossa sulla scacchiera.

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