Giorgia Meloni sceglie la via del palcoscenico parlamentare per archiviare la débâcle referendaria

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Alla fine, dopo giorni di fibrillazioni e voci su un possibile azzeramento della legislatura, Giorgia Meloni ha deciso di presentarsi in Parlamento giovedì 9 aprile. Un passaggio, quello alle Camere, che però non prevede un voto di fiducia, trasformando l’evento in una mera comunicazione istituzionale. La premier, incassata la prima, vera débâcle dalla sua ascesa a Palazzo Chigi, ha bisogno di un palco solenne per rivolgersi direttamente al Paese; del resto, l’obiettivo dichiarato è mettere al centro la crisi internazionale e i suoi riflessi sull’economia, spostando l’attenzione dall’analisi (fin troppo scomoda) della sconfitta referendaria sulla giustizia. Ai suoi più fedeli collaboratori, la presidente del Consiglio avrebbe confidato la necessità di "lasciarsi quel risultato alle spalle" per procedere spediti lungo la strada tracciata, una sorta di ripartenza psicologica prima ancora che politica.

Le elezioni anticipate restano un’ipotesi sepolta, almeno per ora, sotto il peso delle smentite corali

Se qualcuno nel centrodestra aveva coltivato il sogno (o l’incubo) di un ritorno immediato alle urne per capitalizzare il malcontento o risolvere le tensioni interne, ha dovuto fare i conti con la realtà. Antonio Tajani e Francesco Lollobrigida, voci pesanti rispettivamente di Forza Italia e di Fratelli d’Italia, si sono detti scettici se non francamente contrari all’ipotesi di elezioni anticipate. La situazione politica italiana, verrebbe da dire con Ennio Flaiano, appare grave ma non è seria: nonostante le crepe nel fronte maggioritario e le dimissioni di alcuni esponenti, la linea prevalente è quella della continuità. Meloni, quindi, non chiederà la fiducia, ma userà l’aula per “chiarire una volta per tutte” i provvedimenti su cui il governo è impegnato, cercando di restituire un’immagine di solidità dopo le scosse telluriche del voto.

La procura di Milano mette i sigilli alla trattativa su San Siro, nove indagati per turbativa d’asta

Mentre la politica cercava di ricompattarsi, la cronaca giudiziaria ha offerto uno spaccato diverso del potere, questa volta declinato al maschile (e femminile) nell’ambito delle compravendite immobiliari. La procura di Milano ha ufficialmente iscritto nel registro degli indagati nove persone nell’ambito dell’inchiesta sulla vendita dello stadio di San Siro, un affare da 197 milioni di euro che avrebbe visto come protagonisti principali i due club di calcio cittadini, Milan e Inter. Tra i nomi spiccano quelli di ex assessori, manager pubblici e vertici delle stesse società sportive; per i magistrati, ci sarebbero stati veri e propri “scambi indebiti” tra il Comune di Palazzo Marino e le cordate private.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, che hanno disposto perquisizioni e sequestri di dispositivi elettronici, la procedura di vendita sarebbe stata pilotata per agevolare l’acquisto da parte delle due squadre, eludendo di fatto la concorrenza. In particolare, viene contestata la gestione dell’avviso pubblico: tempi troppo stretti (solo 35 giorni) e informazioni riservate che sarebbero state veicolate fuori dai canali ufficiali. Si parla di rivelazione di bozze di delibera comunale, risalenti addirittura al novembre 2021, e di un’accelerazione dell’iter amministrativo finalizzata a scavalcare un imminente vincolo della Soprintendenza, che sarebbe scattato il 10 novembre rendendo molto più difficile la demolizione parziale dell’impianto.

Le difese di Sala e il silenzio dei diretti interessati: "Interlocuzioni fisiologiche" contro "abito su misura"

La reazione del sindaco di Milano, Beppe Sala, non si è fatta attendere, anche se affidata ai canali social più che a conferenze stampa istituzionali. Sala ha contrattaccato definendo le interlocuzioni con i club come "fisiologiche" e riconducibili a quanto previsto dalla cosiddetta “legge stadi”, una norma che, a suo dire, autorizza e anzi spinge i Comuni a trattare direttamente con le società locali senza passare per aste pubbliche complesse. Il primo cittadino ha inoltre ribadito che, senza quell’accordo, Milan e Inter avrebbero abbandonato il Meazza per costruire impianti propri alle porte di Milano, lasciando il Comune con un “colosso obsoleto e costosissimo” in mano.

Tuttavia, la posizione della procura appare diametralmente opposta. Per i pm, non si trattò di semplici chiacchiere da bar sport, ma di vere e proprie "collusioni" finalizzate a cucire un abito su misura per gli acquirenti. Gli investigatori stanno ora analizzando i messaggi e la documentazione sequestrati, incluso il pc e il cellulare del direttore generale Christian Malangone, il quale – secondo indiscrezioni – avrebbe inizialmente opposto resistenza nel fornire le password di accesso. L’accusa ipotizza non solo la turbativa d’asta, ma anche la rivelazione di segreti d’ufficio, con l’obiettivo di accertare se l’interesse pubblico sia stato sacrificato sull’altare di quello privato.

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