La veggente di Trevignano e il marito a processo per truffa aggravata

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il percorso giudiziario che vede coinvolti Gisella Cardia, la donna nota per i suoi colloqui con la Madonna di Trevignano, e suo marito Gianni è entrato in una fase decisiva, con il tribunale di Civitavecchia che ha fissato l’avvio del dibattimento per la primavera del 2026. La coppia, rinviata a giudizio con l’accusa di truffa aggravata in concorso, si prepara a confrontarsi con una ricostruzione accusatoria che dipinge un quadro complesso, lontano dalle dinamiche della fede e della spiritualità. All’esito dell’udienza preliminare, la Cardia avrebbe espresso non rammarico ma un cauto ottimismo, dichiarando di aver accolto con serenità la decisione poiché, a suo dire, costituisce l’occasione per dimostrare la veridicità dei fenomeni a cui milioni di persone, come lei stessa ha sottolineato, avrebbero assistito.

L’impianto accusatorio della procura

Secondo la tesi sostenuta dai pubblici ministeri, alla base dell’operato della “veggente” e del coniuge vi sarebbe stata una macchinazione deliberata, architettata non per confortare i credenti ma per trarre un illecito profitto dalla loro devozione. I magistrati, le cui indagini hanno tracciato un solco netto tra il sentire religioso e le condotte oggetto di contestazione, sostengono che i due abbiano scientemente orchestrato una serie di eventi straordinari, tra i quali vengono annoverate sia apparizioni che presunte trasudazioni della figura mariana, congiuntamente alla diffusione di profezie allarmistiche su imminenti cataclismi e sciagure. Quel che ne risulta, stando all’accusa, è un disegno criminoso finalizzato a sfruttare la suggestione collettiva.

La meccanica dello sfruttamento della credulità popolare

La strategia, come emerge dagli atti, si basava su una duplice leva: da un lato l’offerta di un’esperienza mistica straordinaria, capace di attrarre seguaci, e dall’altro l’instillazione di un timore profondo, legato a eventi futuri e terribili che solo le loro preghiere, sostenute da cospicue offerte, avrebbero potuto scongiurare. È in questo contesto, secondo gli inquirenti, che si inserirebbero le donazioni, spinte fino a raggiungere, in almeno un caso documentato, la cifra di centoventatremila euro. I fedeli, indotti a credere in un pericolo immaginario, avrebbero quindi svuotato i propri portafogli nella convinzione di contribuire a un’opera di salvezza, mentre il denaro, secondo l’ipotesi accusatoria, confluiva in realtà per finanziare il culto personale della coppia.

Le reazioni e il percorso verso il processo

La posizione assunta da Gisella Cardia, la quale si professa certa di poter provare l’autenticità delle apparizioni, delinea i contorni di una difesa che si appunterà sulla disputa della natura soprannaturale degli eventi. La sua affermazione, secondo cui “dimostrerò che è tutto vero”, pone la vicenda su un piano che trascende la mera contrapposizione legale per investire il campo delle convinzioni personali, sebbene i giudici saranno chiamati a valutare esclusivamente la sussistenza degli elementi costitutivi del reato di truffa. L’udienza, calendarizzata con oltre un anno di anticipo, segna ora l’inizio di un contenzioso che dovrà accertare, al di là delle dichiarazioni di fede, la presenza di un dolo concreto nell’acquisizione di quelle risorse economiche.

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