La nuova legge elettorale, i conti in tasca al centrodestra: la Lega rischia il dimezzamento, vantaggi per FdI e Forza Italia
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Redazione Interno
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La geometria variabile dei seggi parlamentari, quella che si profila all’orizzonte con l’entrata in vigore del cosiddetto “Stabilicum” – questo il nome in latino scelto per la riforma depositata in queste ore alla Camera e al Senato – sta già producendo i suoi effetti, e non solo sul fronte dell’opposizione. All’interno della stessa maggioranza di governo, infatti, le simulazioni elaborate dai principali istituti demoscopici iniziano a disegnare scenari destinati a riaprire vecchie fibrillazioni, o quantomeno a raffreddare gli entusiasmi di qualche alleato. Se è vero, come emerge dai calcoli di Antonio Noto e di Youtrend, che il nuovo impianto proporzionale corredato da un Corposo premio di maggioranza (70 seggi alla Camera, 35 al Senato) blinderebbe la vittoria dell’attuale coalizione, consegnandole circa il 57% dei seggi totali nonostante un vantaggio effettivo nei sondaggi che oscilla attorno ai soli quattro punti percentuali -6-10, è altrettanto vero che all’interno di quella scolpita maggioranza i pesi specifici dei singoli partiti subirebbero una mutazione profonda. A farne le spese, numeri alla mano, sarebbe principalmente il partito guidato da Matteo Salvini.
Il meccanismo previsto dalla nuova legge, che spazza via i collegi uninominali del Rosatellum per sostituirli con un proporzionale puro più premio, agisce come una tagliola selettiva all’interno del centrodestra. Le proiezioni di Noto, basate sugli attuali consensi, fotografano un tracollo per la Lega: l’attuale patrimonio di 59 deputati rischierebbe di più che dimezzarsi, precipitando in una forchetta compresa tra i 32 e i 38 seggi, nonostante il partito conservi un 7% di intenzioni di voto. Un’emorragia di rappresentanza che troverebbe la sua ragione proprio nell’abolizione dei collegi uninominali, quei feudi settentrionali dove il partito di Salvini, forte di radicamenti territoriali e talvolta di candidature eccellenti come quella di Luca Zaia in Veneto, riusciva a trasformare consensi pur in calo in seggi garantiti. Al Nord, spiega infatti il sondaggista Antonio Noto, si concentra il maggior numero di questi collegi, e lì il Carroccio poteva contare su una rendita di posizione che il nuovo sistema, basato esclusivamente sul proporzionale e sul premio di coalizione, azzera completamente. È l’effetto combinato di un consenso in flessione e di regole che non premiano più la capacità di incidere nei collegi, ma premiano invece la forza nazionale dei partiti.
Parallelamente, le stesse simulazioni disegnano un destino opposto per gli altri due principali alleati di governo. Fratelli d’Italia, forte di un 29,5% che lo conferma primo partito della coalizione, vedrebbe i propri seggi lievitare fino a sfiorare quota 150, un balzo in avanti rispetto agli attuali 116 che consoliderebbe ancor di più l’egemonia meloniana. Un risultato che deriverebbe dalla capacità di attrarre voti proporzionali su scala nazionale, indipendentemente dalla geografia dei collegi. Anche Forza Italia, pur in leggera flessione nel numero assoluto di eletti (da 54 a una forbice di 41-47), riuscirebbe a contenere i danni meglio del Carroccio, assestandosi su posizioni che la renderebbero comunque un ago della bilancia interno meno impattato dalla riforma. Lo scenario che si delinea, dunque, è quello di una maggioranza più solida numericamente verso l’esterno, ma con un asse interno che si sposta inesorabilmente verso il partito della presidente del Consiglio, a scapito di un alleato leghista la cui forza contrattuale, ridimensionata nel numero di parlamentari, ne uscirebbe inevitabilmente ridotta.
Proprio questo rischio di «squilibrio nel rapporto tra alleati», per usare le parole di Noto, spiegherebbe le resistenze opposte dalla Lega nel corso della notte di trattative che ha portato alla stesura finale del testo. Se l’addio ai collegi uninominali rappresenta per Salvini una perdita secca di potere, la partita sulle preferenze è stata un altro nodo cruciale. La richiesta della premier, filtrata durante i colloqui notturni a via della Scrofa, di inserire le preferenze nella nuova legge – «lo sapete, io sono sempre stata per le preferenze», avrebbe detto Meloni al suo fiduciario Donzelli – si è scontrata con il muro alzato dal ministro Calderoli, che ha minacciato di far saltare l’intero impianto se la richiesta fosse andata in porto. Una battaglia, quella sulle preferenze, che per il Carroccio rappresenta l’ultimo baluardo per preservare un legame diretto con il proprio elettorato territoriale, una forma di supplenza al radicamento locale che il proporzionale puro, con liste bloccate, rischia di cancellare del tutto. Alla fine, nella versione depositata, le preferenze sono state accantonate, ma fonti di Fratelli d’Italia non escludono di riproporle tramite emendamento nelle prossime settimane, un’eventualità che terrebbe aperta la ferita interna.




