Ventura: "Quella su De Rossi è la più grande fake news degli ultimi 50 anni"
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Redazione Sport
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A distanza di anni da quella serata di novembre che segnò l'inizio di un periodo oscuro per il calcio italiano, Gian Piero Ventura torna a parlare dell'episodio più discusso del suo controverso periodo da commissario tecnico della nazionale. In un'intervista, l'allenatore ha definito la ricostruzione dei fatti relativa a Daniele De Rossi, che durante Italia-Svezia avrebbe rifiutato di entrare in campo, "la più grande fake news degli ultimi cinquant'anni" nella storia degli azzurri. Una smentita netta, che intende ribaltare una narrazione ormai radicata nell'immaginario collettivo, sebbene le immagini trasmesse dalle telecamere abbiano mostrato, inequivocabilmente, un animato scambio tra un membro dello staff e il centrocampista romano nei minuti concitati della partita.
Il contesto della partita e la versione di Ventura
La partita di ritorno dei playoff mondiali, giocata a Milano il 13 novembre 2017 e terminata con un roboante e tragico 0-0, privò infatti l'Italia della qualificazione al Mondiale di Russia, un evento traumatico le cui conseguenze, com'è noto, si sono propagate a lungo nel sistema calcistico nazionale. Ventura, che all'epoca guidava la squadra, ha ora spiegato la dinamica di quell'episodio specifico, affermando che a De Rossi "nessuno chiese mai di entrare in campo". Second la sua ricostruzione, il collaboratore si stava semplicemente adoperando per "tenere caldi i giocatori" in panchina, preparandoli psicologicamente e fisicamente per un'eventuale necessità, in un frangente in cui l'urgenza del gol era massima e le opzioni a disposizione si stavano drasticamente assottigliando.
La reazione di De Rossi e l'interpretazione pubblica
Le telecamere, che inquadrarono la discussione, catturarono anche le parole, ormai celebri, pronunciate da De Rossi, il quale, indicando la panchina, sembrò dire "deve entrare un attaccante", sottolineando come la squadra avesse bisogno di segnare e non di cercare il pareggio. Quel gesto, di per sé eloquente, fu immediatamente interpretato dal pubblico e dalla stampa come un plateale rifiuto del calciatore di scendere in campo su ordine del ct, una ribellione dettata da una superiore comprensione della situazione di gioco. Una versione dei fatti che Ventura, oggi, smonta completamente, liquidandola come una pura invenzione mediatica, nata in un clima di tensione e confusione e poi cresciuta fino a diventare leggenda.
Le implicazioni di una smentita tardiva
Questa smentita, giunta a così lunga distanza, getta una luce diversa su uno dei momenti più simbolici di quella sconfitta, sebbene non modifichi il risultato sportivo, ormai consegnato agli annali. Ventura, parlando dell'accaduto, ha aggiunto che quella vicenda rappresenta "la conferma delle difficoltà" che si respiravano all'interno dell'ambiente in quel periodo complicato. La sua dichiarazione, al di là delle singole responsabilità, delinea un quadro in cui la narrazione pubblica dei fatti, a volte, può prendere una strada autonoma rispetto alla realtà, costruendo miti e colpevoli che sopravvivono per anni, alimentati da immagini potenti e da un dolore collettivo che cerca una spiegazione immediata.




