Eni, il cda del 7 maggio vara il quinto mandato di Descalzi mentre il buyback vola a 4 miliardi

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Non è soltanto una routine assembleare quella che ha scandito le tappe dell’ultimo appuntamento tra i soci di Eni e i vertici aziendali. La riunione dei soci tenutasi mercoledì 6 maggio, seppur a porte chiuse, ha prodotto effetti dirompenti per la governance del gruppo energetico, dando il via libera a quella che si configura come un’operazione di stabilità manageriale senza precedenti nel panorama delle major quotate. Il dato più rilevante riguarda la fiducia accordata a Claudio Descalzi, il quale si appresta a iniziare il suo quinto mandato alla guida operativa della società; un traguardo (se così si può definire il perdurare di una leadership tanto longeva) che sarà ratificato formalmente dal nuovo consiglio di amministrazione nella riunione già fissata per oggi, 7 maggio. Parallelamente, l’assemblea ha accolto la designazione di Giuseppina Di Foggia, ex amministratore delegato di Terna, alla poltrona di presidente, sostituendo di fatto chi l’aveva preceduta.

La composizione del nuovo board e il ritorno di Marcegaglia

Lo scrutinio per il rinnovo del consiglio ha delineato un organo composto da nove membri, destinato a rimanere in carica fino all’approvazione del bilancio prevista per il 2028. Tra i nomi che compongono la rosa dei nuovi amministratori – insieme a Stefano Cappiello, Carolyn Adele Dittmeier, Benedetta Fiorini, Matteo Petrella, Cristina Sgubin e Raphael Louis L. Vermeir – spicca quello di Emma Marcegaglia. La si ritrova qui in veste di consigliera, forte dell’esperienza maturata in passato quando, dal 2014 al 2020, aveva ricoperto la carica di presidente del Cane a sei zampe. La sua riconferma nel board rappresenta un elemento di continuità sottile ma significativo, un ponte gettato tra l’attuale esecutivo e le precedenti fasi di transizione del colosso petrolifero.

Numeri e operazioni finanziarie: dividendo e buyback da record

Sul fronte strettamente finanziario, l’assemblea ha deliberato l’attribuzione dell’utile di esercizio 2025 – un risultato netto civilistico pari a 4,43 miliardi di euro – interamente alla riserva disponibile. Una scelta, questa, che funge da precondizione tecnica per le politiche di remunerazione dei soci. Fra queste spicca l’approvazione del dividendo annuale relativo al 2026, fissato a 1,1 euro per azione, in crescita del 5% rispetto alla cedola precedente. Tuttavia, la vera novità di sostanza risiede nell’aggiornamento del programma di buyback. Se inizialmente il gruppo aveva ipotizzato un riacquisto di azioni proprie per un valore di 1,5 miliardi, poi rivisto al rialzo fino a 2,8 miliardi, i soci hanno concesso al consiglio di amministrazione un mandato ancora più ampio. Via libera, dunque, all’acquisto fino a un massimo di 303 milioni di azioni ordinarie, per un esborso complessivo che potrà arrivare a 4 miliardi di euro; di queste, una parte residuale (circa 5,1 milioni di azioni) sarà destinata a costituire la provvista azionaria per i piani di incentivazione di lungo termine.

Le condizioni del dividendo straordinario legato al mercato

Non è finita qui. L’assemblea ha messo nero su bianco anche le clausole che potrebbero innescare la distribuzione di un dividendo straordinario entro il 31 dicembre 2026. I soci hanno autorizzato l’utilizzo delle riserve disponibili – compresa quella ex legge n. 342/2000 – per erogare una remunerazione extra al verificarsi di specifici contesti di mercato. Le tre variabili da tenere d’occhio sono la media annuale del Brent (dovrebbe superare i 90 dollari al barile), il prezzo spot del gas (almeno 54 euro al megawattora) e l’indice di raffinazione Serm, che dovrebbe toccare quota 9 euro. Se una o più di queste condizioni si realizzeranno, gli azionisti potranno aspettarsi un bonus aggiuntivo rispetto alla cedola base di 1,1 euro.

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