A Milano, la confessione di un omicidio e le domande di una famiglia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   «Hai una sigaretta?». «No, ma ho la plata. Se vuoi andiamo a comprarle». Quel dialogo, scarno e apparentemente ordinario, è stato l’inizio della fine. A ricostruirlo, di fronte ai magistrati Antonio Pansa e Letizia Mannella, è stato Emilio Gabriel Valdez Velazco, l’uomo che giovedì 8 gennaio ha confessato di essere l’autore della violenza sessuale e dell’omicidio di Aurora Livoli. La giovane, diciannovenne fuggita da Monte San Biagio per rifugiarsi nella metropoli lombarda, aveva incrociato il suo destino con quello del 57enne peruviano in un parchetto vicino alla fermata Cimiano della metropolitana, alla periferia di Milano, nella serata del 28 dicembre. Un incontro tra sconosciuti, come lui stesso ha definito, che si è trasformato in una trappola mortale.

La fredda ricostruzione della notte del 28 dicembre

Nel corso di un interrogatorio volontario, durato circa tre ore nel carcere di San Vittore, Valdez Velazco ha fornito una versione dei fatti che i pm del pool femminicidi stanno ora verificando nei minimi dettagli. L’uomo ha raccontato di aver accompagnato la ragazza a comprare le sigarette e di aver poi consumato un rapporto sessuale, definendolo consenziente, in un’area buia del cortile di un condominio in via Paruta. È in quel frangente, ha dichiarato, che la situazione sarebbe degenerata: Aurora, secondo la sua testimonianza, avrebbe iniziato a urlare, spingendolo a stringerle il collo per farla tacere. Dopo averla strangolata, l’avrebbe coperta con un giubbino, rimanendo sul posto senza rendersi pienamente conto che fosse morta. Il suo senza vita è stato ritrovato la mattina dopo nello stesso cortile, dando il via a un’indagine che, attraverso le immagini delle telecamere di sorveglianza, ha portato rapidamente all’identificazione e all’arresto del cittadino peruviano, ora formalmente accusato di violenza sessuale e omicidio aggravato.

Le critiche allo sistema e la mancata espulsione

A rompere il silenzio della famiglia, intervenendo pubblicamente con un tono di profonda amarezza e rabbia istituzionale, è stato Massimo Basile, zio di Aurora e avvocato penalista che sta assistendo i parenti della vittima. In un’intervista televisiva, Basile non ha risparmiato dure critiche al funzionamento della giustizia italiana, evidenziando quelle che ha definito «tante discrasie». Il legale si è riferito, in particolare, alla situazione penale dell’indagato, alludendo a un «mancato adeguamento del casellario» e a una «mancata iscrizione dei precedenti» che potrebbero aver impedito di tracciare un profilo di pericolosità completo. La sua accusa più grave verte sulla mancata espulsione di Valdez Velazco dall’Italia, un provvedimento che, secondo la ricostruzione dello zio, avrebbe potuto scattare in precedenza per motivi legati al suo status, e che avrebbe forse allontanato l’uomo dalla strada dove ha incontrato Aurora. Questioni tecniche, queste, che toccano il cuore del dibattito sulla sicurezza e sull’efficacia delle procedure amministrative e giudiziarie.

I funerali e il ricordo che rimane

Mentre la Procura di Milano approfondisce gli elementi per valutare l’ipotesi di femminicidio e consolida l’impianto accusatorio, per la famiglia di Aurora il momento è quello del dolore privato e dell’estremo saluto. I funerali della giovane si svolgeranno a Monte San Biagio, il paese in provincia di Latina da cui era partita poco più di due mesi fa, cercando forse un futuro diverso. La cerimonia sarà seguita da una fiaccolata in sua memoria, un gesto collettivo per ricordare una vita spezzata brutalmente, lontano da casa. Quel cortile di via Paruta, oggi, non è più solo un luogo di cronaca nera, ma il simbolo di una tragedia le cui ragioni profonde, tra fragilità individuali e possibili inadempienze del sistema, rimangono oggetto di una dolorosa riflessione.

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