Salvini contro Elkann: posti di lavoro e dividendi al centro dello scontro
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Redazione Economia
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Matteo Salvini non usa mezzi termini rivolgendosi a John Elkann, presidente di Stellantis, durante un acceso dibattito sulle sorti dell’automotive italiano. «Sentirsi dire che lui ha salvato l’auto in Italia dà amarezza», afferma il leader leghista, sollevando una serie di interrogativi che toccano nervi scoperti: i licenziamenti, la cassa integrazione, i soldi pubblici ricevuti nel corso dei decenni dalla famiglia Agnelli-Elkann e la delocalizzazione di interi reparti produttivi. «Quante realtà sono state chiuse in Italia e quante ne sono state aperte all’estero?», chiede Salvini, sottolineando come queste domande restino senza risposta.
L’occasione del confronto – che ha riacceso polemiche mai sopite – è stata l’audizione di Elkann in Parlamento, accusato da più parti di aver omesso riferimenti chiave nella ricostruzione della storia Fiat-Stellantis. Come nota Paolo Panerai su Milano Finanza, durante l’intervento non sono stati menzionati i nomi di coloro che, in passato, contribuirono a salvare la casa automobilistica torinese, permettendo all’attuale gruppo di prosperare. Un silenzio che, secondo alcuni, riscrive la storia riducendola a una narrazione parziale, dove i meriti collettivi svaniscono dietro una regia individuale.
Intanto, a Cassino, la situazione dello stabilimento Stellantis rimane critica. La produzione, già segnata da continui blocchi e dall’uso prolungato di ammortizzatori sociali, rischia di non ripartire senza l’introduzione di modelli ibridi. L’ultima fermata, annunciata per fine marzo, conferma un trend negativo che rende il 2024 uno degli anni peggiori per lo storico sito. E il 2025, stando alle previsioni, non sembra destinato a invertire la rotta.
Resta poi aperta la questione del peso industriale di Stellantis in Italia. Sebbene il gruppo mantenga diversi impianti – tra cui quelli dedicati a motori, cambi e veicoli –, la mappa produttiva appare ridimensionata rispetto al passato. Un confronto con gli investimenti esteri, spesso privilegiati, alimenta il sospetto che il legame con il territorio si sia progressivamente allentato. Senza contare che la Ferrari, pur essendo parte del panorama automobilistico nazionale, vive una storia a sé, lontana dalle dinamiche che coinvolgono il resto della filiera.




