Google prepara Remy, l’agente personale che vorrebbe fare concorrenza a OpenClaw
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Redazione Economia
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Quando qualche anno fa si parlava di intelligenza artificiale, l’immaginario collettivo era ancora legato a chatbot capaci di scrivere poesie o riassumere noiose riunioni. Oggi, e questa è la sostanziale differenza, il dibattito si è spostato su una frontiera decisamente più ambiziosa, ovvero la capacità di questi sistemi di agire in autonomia, staccandosi dalla logica del "comando e risposta". A Mountain View, dove la corsa all’AI non si è mai arrestata nonostante la concorrenza agguerrita di OpenAI e Meta, Google avrebbe deciso di alzare la posta in gioco. Stando a un documento interno visionato da Business Insider e riportato da diverse testate nelle ultime ore, il colosso della ricerca starebbe testando internamente un nuovo agente chiamato “Remy”, destinato a rivoluzionare – o almeno questo è l’intendimento – il modo in cui interagiamo con l’ecosistema Gemini.
Un agente sempre attivo che impara le tue abitudiniAddio Project Mariner, benvenuta proattività
Questa mossa, per certi versi, rappresenta una virata strategica piuttosto netta rispetto al recente passato. Negli ultimi mesi, Google aveva puntato su soluzioni come Project Mariner, un agente progettato per navigare il browser web al posto dell’utente, cliccando link e compilando moduli tramite screenshot. Ebbene, quel progetto è stato ufficialmente chiuso il 4 maggio, con la tecnologia assorbita in altre iniziative. La ragione di questo abbandono è indicativa del contesto attuale: i browser agent si sono rivelati lenti, costosi in termini di potenza di calcolo e spesso poco accurati. L’asticella si è alzata con l’arrivo di OpenClaw, il famigerato agente open source capace di interagire direttamente con il terminale del computer, un approccio molto più efficiente che ha scatenato una vera e propria guerra tra colossi. Remy, quindi, è la risposta di Google per colmare questo divario, puntando su un sistema profondamente integrato nel suo ambiente nativo piuttosto che su un’estensione esterna per Chrome.
La silenziosa controffensiva di Meta in vista dello shopping natalizio
Nell’osservare la mossa di Google, non si può ignorare ciò che accade negli uffici di Mark Zuckerberg a Menlo Park, dove l’attenzione pare concentrata su un altro tipo di agente, forse meno invasivo nella sfera produttiva ma certamente lucrativo in quella commerciale. Secondo recenti indiscrezioni, **Meta** starebbe mettendo a punto un agente dal nome in codice **Hatch**, un sistema avanzato la cui funzione primaria (e qui sta la peculiarità) sarebbe quella di assistere gli utenti negli acquisti direttamente all’interno di Instagram. L’idea è semplice solo all’apparenza: l’utente vede un prodotto in un Reel; l’agente, attivabile vocalmente o tramite comandi, cerca il prezzo migliore, confronta le opzioni su altri siti e finalizza l’ordine senza che il povero malcapitato debba uscire dall’applicazione. Si tratta, in sostanza, di una corsa all'automazione completa, dove l’obiettivo finale – e le implicazioni sulla privacy di questi strumenti restano per ora un gigantesco punto interrogativo – è quello di ridurre l’attrito tra l’intenzione d’acquisto e il pagamento effettivo.
L'ombra della sicurezza in un ecosistema sempre più autonomo
A rendere il tutto ancora più complesso, c’è poi la questione della sicurezza informatica, un tema che torna ciclicamente ogni volta che si parla di autonomia dei software. Se da un lato l’entusiasmo per agenti come **OpenClaw** ha spinto persino Nvidia a definirli “il prossimo ChatGPT”, dall’altro lato i report degli ultimi giorni evidenziano rischi non trascurabili legati all’accesso profondo ai sistemi. Alcuni ricercatori dell’Università di Chicago hanno dimostrato come questi tool possano essere manipolati tramite tecniche di *prompt injection*, aggirando i filtri di sicurezza per accedere a dati sensibili. Per Google e Meta, che hanno costruito i loro imperi sulla raccolta di enormi quantità di informazioni personali, il lancio di agenti come Remy o Hatch rappresenta una scommessa doppia: la sfida tecnica di far funzionare questi sistemi in modo affidabile si intreccia inevitabilmente con quella, ben più delicata, di tutelare la privacy degli utenti in un’era di interazioni sempre più impersonali.




