Milo Infante a Verissimo: «In Mediaset mi sono sentito subito accolto e accettato. Non ero abituato a tutto questo affetto»

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Per la prima volta Milo Infante si è seduto nel salotto di Verissimo, ospite di Silvia Toffanin nella puntata di sabato 3 ottobre. Il giornalista, arrivato a Mediaset dopo ventitré anni in Rai, ha ripercorso la sua carriera, il passaggio di rete e i ricordi familiari più dolorosi, mostrando per la prima volta un lato inedito davanti al pubblico di Canale 5.

Il sogno di Mediaset e l'accoglienza inattesa

Infante ha raccontato di aver sognato Mediaset fin da ragazzo: «Quando sognavo di diventare giornalista avevo 13 anni, vedevo sempre l'antennone di Mediaset ed era per me un punto di arrivo». Parlando del nuovo gruppo, lo ha definito una «casa», spiegando di essersi sentito «da subito accettato, non ero proprio abituato a questo». Il primo incontro nella sede di Cologno Monzese risale ai mesi precedenti l'annuncio ufficiale, quando il suo passaggio era ancora riservato: «Mi hanno ricevuto nei luoghi più bui del centro di Mediaset. E la guardia all'ingresso mi ha salutato: "Benvenuto"».

Un episodio che, ha ammesso, gli ha dato «molta forza».

La paura di deludere e il distacco dalla Rai

Il conduttore di Ore 11 e Verità nascoste non ha nascosto le preoccupazioni legate al cambio di rete: «Avevo paura di deludere tutti, il pubblico, Pier Silvio Berlusconi. Mi sono chiesto più volte se ho fatto la scelta giusta». A sostenerlo in quei mesi sono stati la moglie Sara Venturi, sposata da vent'anni e definita «la roccia contro cui si infrange l'onda», e il figlio Daniele. Degli anni in Rai conserva un ricordo positivo: «Anni di battaglie, di grandi soddisfazioni, nessun rimpianto e nessun rammarico».

Il padre e il rimpianto che porta dentro

Uno dei momenti più intensi dell'intervista ha riguardato il rapporto con il padre, giornalista anche lui, scomparso quando Infante aveva trent'anni. Il racconto si è concentrato sull'ultimo incontro nella struttura dove l'uomo era ricoverato: «Sono andato a trovarlo e mi ha detto "Portami via di qui" e io non gli ho dato molto peso. A 30 anni pensi a lavoro, sono tornato a casa. Dopo due giorni lui è morto. Questa cosa me la porto ancora dentro».

La voce si è incrinata anche ricordando un episodio di adolescenza, quando vivevano in un appartamento di 52 metri quadrati in Viale Monza: «Una volta ho detto a mia mamma che mi vergognavo di far venire i miei amici a casa. Lei non ha detto nulla, poi da grande ho capito la fatica che loro hanno fatto».

Il peso delle storie di cronaca

Infante ha parlato anche del costo emotivo del raccontare casi di cronaca nera e giudiziaria. «Credo il fatto di assorbire il dolore degli altri. Le sofferenze degli altri le faccio mie e me le porto dentro», ha spiegato, citando in particolare il caso di Denise Pipitone e la madre Piera Maggio: «C'è chi ha scritto che sono ossessionato da Denise Pipitone, non lo sono. Io mi sento in colpa perché c'è una mamma che cerca la sua bambina ed è da sola». Un peso che, ha aggiunto, non si lascia alle spalle una volta terminata la trasmissione.

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