Il trofeo conteso finisce in caserma: la sfida del Senegal alla Caf si fa (letteralmente) militar
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Redazione Sport
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Parliamoci chiaro: la coppa non si restituisce. Il gesto compiuto da Pape Thiaw, commissario tecnico del Senegal, consegnando il trofeo della Coppa d’Africa nelle mani dei militari all’interno di una base dell’esercito, è un atto che scardina qualsiasi logica diplomatica del calcio contemporaneo. La sequenza, diventata virale in poche ore, non lascia spazio a interpretazioni ambigue: il trofeo, conteso tra il terreno di gioco e i tavoli della giustizia sportiva, è stato materialmente posto sotto scorta armata. L’allenatore, in silenzio ma con un linguaggio del Corpo che grida disobbedienza, ha compiuto un’azione che trasforma una disputa federativa in una vicenda di portata politica e istituzionale, fotografando l’abisso che si è aperto tra la decisione della Confédération Africaine de Football (Caf) e la volontà popolare di un’intera nazione.
La scintilla: una finale, un rigore e l’abbandono del campo
Il casus belli risale allo scorso 18 gennaio, quando nella finale disputata a Rabat il Senegal aveva superato il Marocco per 1-0 grazie a una rete di Pape Gueye nel corso dei tempi supplementari. A scatenare il caos era stato però un episodio accaduto nei minuti di recupero del secondo tempo: l’arbitro aveva concesso un calcio di rigore al Marocco dopo una revisione al Var che aveva penalizzato i senegalesi. La reazione della panchina di Pape Thiaw e dei giocatori fu immediata: il tecnico ordinò alla squadra di lasciare il terreno di gioco in segno di protesta, un’interruzione durata una quindicina di minuti che rischiò di far saltare definitivamente la partita. Il ritorno in campo fu possibile solo grazie all’intervento del capitano Sadio Mané, il quale riuscì a convincere i compagni a riprendere il gioco. Quel rigore, poi, finì a lato (un tentativo a cucchiaio fallito), e il Senegal vinse, ma la macchina disciplinare della Caf si era già messa in moto.
La sentenza che ha cambiato tutto: Marocco campione a tavolino
Inizialmente, il verdetto del comitato disciplinare sembrava aver chiuso la vicenda con sanzioni economiche pesanti e una squalifica per lo stesso Thiaw, mantenendo però intatto il risultato sportivo. A ribaltare completamente lo scenario è arrivata la scorsa settimana la decisione della Commissione d’Appello della Caf, che ha applicato alla lettera l’articolo 82 del regolamento. Secondo questo codice, una squadra che abbandona il campo senza autorizzazione perde la partita a tavolino con il punteggio di 3-0. Di conseguenza, il Titolo è stato revocato al Senegal e assegnato d’ufficio al Marocco, proclamato campione d’Africa a distanza di due mesi dalla finale. Una sentenza che ha scatenato l’ira della Federazione senegalese, pronta a ricorrere al Tribunale Arbitrale dello Sport (Tas) di Losanna, e che ha portato il governo del presidente Bassirou Diomaye Faye a chiedere un’indagine internazionale sulla gestione dell’organo continentale.
Il gesto di Pape Thiaw: quando la coppa diventa simbolo di resistenza
È in questo clima di tensione che si inserisce la mossa del ct. Pape Thiaw, già sanzionato con una lunga squalifica per gli episodi della finale, ha preso fisicamente la coppa – quella che la Caf vorrebbe restituita al Marocco – e l’ha portata all’interno di una struttura militare. Le immagini mostrano il tecnico tra i soldati, con il trofeo al centro di una piazza d’armi, posto sotto la vigilanza delle forze armate. Non si tratta di una semplice bravata: affidare il trofeo ai militari significa sottrarlo alla giurisdizione della Federcalcio e, di fatto, renderne impossibile la consegna. I calciatori stessi, attraverso i social network, hanno alimentato la tensione con messaggi diretti alla Caf, come quello del difensore Moussa Niakhaté, che ha postato una foto con la coppa accompagnata dalla frase “Venite a prenderla”, aggiungendo un laconico “Sono pazzi”. Un atteggiamento, questo, che testimonia come l’intero gruppo squadra si senta parte di una battaglia che trascende il risultato sportivo per radicarsi in un senso di rivalsa nazionale.
La dimensione giudiziaria e l’attesa per il Tas
Sullo sfondo di questa guerriglia simbolica, la partita vera si giocherà negli uffici del Tas. La Federazione senegalese ha già annunciato battaglia legale, confidando di poter ribaltare la sentenza della Caf, ritenuta “inaccettabile” e lesiva della giustizia sportiva. Dal canto suo, la Federazione marocchina ha precisato di aver presentato ricorso non per mettere in discussione la prestazione degli avversari, ma per chiedere il rispetto formale delle regole. Intanto, il trofeo rimane sotto chiave, al centro di un campo minato che vede contrapposti il valore della vittoria conquistata sul campo e l’interpretazione severa di un regolamento pensato per garantire l’ordine. Finché la giustizia sportiva non emetterà un verdetto definitivo, il Senegal ha scelto di giocare d’anticipo, trasformando una caserma nel custode di un orgoglio che non intende cedere.




