Coppa d’Africa, la rivolta silenziosa del Senegal: il trofeo sfilato a Parigi nonostante la revoca

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Redazione Sport Redazione Sport   -   C’è una scena, allo Stade de France, che vale più di mille delibere. I giocatori del Senegal, quelli che la Confederazione Africana di Calcio ha indicato come ex campioni, entrano in campo per l’amichevole contro il Perù. Ma non entrano da sconfitti. Non entrano da retrocessi d’ufficio. Lo fanno con il trofeo alzato al cielo, lo stesso che la CAF ha ordinato di restituire, tenuto stretto come un atto di resistenza. E indossano una maglia nuova, impreziosita da due stelle sul petto: una per il Titolo vinto nel 2022, l’altra per quello conquistato sul campo di Rabat lo scorso 18 gennaio, che nessuna sentenza emessa a tavolino potrà mai cucire sullo stemma del Marocco. È la prima uscita pubblica dopo il verdetto shock del 17 marzo, e i Leoni della Teranga hanno scelto la via della sfida simbolica, trasformando un’amichevole in un palcoscenico politico.

A innescare la frattura fu quella finale maledetta giocata in Marocco. Nei minuti di recupero del secondo tempo, sullo 0-0, l’arbitro concesse un rigore ai padroni di casa per un contatto su Brahim Diaz. La reazione senegalese fu convulsa: la squadra abbandonò il terreno di gioco per quasi un quarto d’ora, rientrando solo dopo l’intervento di Sadio Mané. Al rientro, il portiere Édouard Mendy neutralizzò il penalty di Diaz, e ai supplementari Pape Gueye firmò l’1-0 che sembrava regalare la coppa a Dakar. I festeggiamenti durarono due mesi, fino a quando il comitato d’appello della CAF, accogliendo il ricorso della federazione marocchina, stabilì che l’uscita dal campo configurava una violazione tale da giustificare la sconfitta a tavolino. Risultato riscritto: 3-0 per il Marocco, titolo revocato.

La decisione, definita dal presidente della federazione senegalese Abdoulaye Fall come “la più grave rapina amministrativa della storia del calcio”, ha scatenato una reazione che travalica i confini del rettangolo verde. La squadra ha annunciato ricorso al Tribunale Arbitrale dello Sport (TAS) di Losanna, cercando di ottenere un giudizio rapido che ribalti nuovamente l’esito, ma nel frattempo ha deciso di non attendere passivamente gli esiti legali. In una conferenza stampa tenuta a Parigi alla vigilia della gara con il Perù, il ct Pape Thiaw è stato lapidario: “I trofei si vincono sul campo. È chiaro nella nostra mente, e tutti sanno che siamo i campioni d’Africa”. Le sue parole riecheggiano quelle del capitano Idrissa Gana Gueye, che ha sottolineato come nulla possa cancellare l’emozione provata sul terreno di gioco, ribadendo che il gruppo non ha rubato nulla, ma ha semplicemente lavorato per un’intera nazione.

La doppia stella e il peso della diaspora

Se la CAF ha agito negli uffici, il Senegal ha risposto nel cuore pulsante della sua diaspora. La scelta di Parigi come luogo della protesta non è affatto casuale: la Francia ospita una delle comunità senegalesi più numerose d’Europa, e lo Stade de France è diventato per una sera la capitale morale di un paese che si sente derubato. Il giro d’onore con il trofeo, avvenuto prima del fischio d’inizio, è stato organizzato nei minimi dettagli dalla federazione locale, che ha invitato i tifosi a partecipare numerosi per trasformare la partita in un “momento storico”. La nuova divisa con le due stelle – laddove la CAF ne riconoscerebbe ufficialmente solo una – rappresenta la volontà di cristallizzare nello sportswear la memoria di una vittoria contestata. È un gesto di appropriazione identitaria: la stella non è solo un simbolo araldico calcistico, ma la rivendicazione di un primato che il popolo senegalese considera inalienabile.

Sullo sfondo, mentre i giocatori festeggiavano sotto la curva parigina, si muoveva il fronte legale. Il TAS ha ufficialmente registrato il ricorso del Senegal, e la squadra legale, che include avvocati internazionali provenienti da Svizzera, Spagna e Francia, punta a dimostrare non solo l’illegittimità della sanzione, ma anche possibili vizi procedurali nell’operato della CAF. Le accuse mosse dalla parte senegalese sono pesanti: si parla di sospetta corruzione all’interno degli organi disciplinari e di pressioni politiche, tanto che il governo di Dakar ha chiesto un’indagine internazionale sul caso. L’esito del ricorso è ancora incerto, ma nel frattempo, per la stragrande maggioranza dei tifosi presenti a Parigi, la sentenza della CAF è carta straccia.

Una ferita nel calcio africano

A pagare il prezzo più alto di questa vicenda non è solo il Senegal, ma la credibilità stessa delle competizioni continentali. La decisione di ribaltare un risultato di una finale per un episodio di protesta, avvenuto peraltro prima della conclusione della partita, ha sollevato un polverone di critiche persino all’interno della stessa CAF, dove un alto dirigente ha definito il provvedimento “abietto” e da denunciare pubblicamente. La federazione marocchina, dal canto suo, ha difeso la decisione come un atto dovuto per il rispetto delle regole, ma la narrazione dominante, almeno nel fronte francofono, sembra essere quella del “complotto” ai danni di una squadra che aveva vinto sul campo. In questo clima di tensione, anche episodi collaterali come il surreale “caso asciugamano” – in cui i raccattapalle marocchini tentarono di sottrarre l’asciugamano personale di Mendy – sono stati rivalutati dalla giustizia sportiva, con multe ridimensionate che però non fanno altro che aggiungere strati di grottesco a una vicenda già torbida.

Per il Senegal, questa partita contro il Perù resterà negli archivi non per il risultato tecnico, ma come atto di disobbedienza civile sportiva. In barba alla burocrazia calcistica, i giocatori hanno dimostrato che il legame tra una squadra e il suo popolo resiste anche quando i titoli vengono strappati via con un timbro. Thiaw ha chiesto alla squadra di non distrarsi, di guardare avanti verso il Mondiale che si avvicina, ma la maglia con le due stelle e il trofeo portato in processione dicono che, per il Senegal, la storia è già stata scritta e nessun tribunale potrà riscriverla. La sfida al TAS è appena iniziata, ma la battaglia per il riconoscimento identitario, per gli undici in campo e per i tifosi accorsi a Parigi, è già stata vinta.

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