Casa Bianca sotto tiro, il Secret Service neutralizza l’assalitore: 21enne ucciso, un passante grave
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Redazione Sport
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L’allarme è scattato intorno alle 18 locali (la mezzanotte in Italia) quando un uomo, identificato successivamente in Nasir Best, 21 anni, si è avvicinato al checkpoint di sicurezza situato all’angolo tra la 17ª strada e Pennsylvania Avenue, estraendo un revolver da una borsa e iniziando a fare fuoco in direzione del complesso presidenziale.
Gli agenti del Secret Service, che presidiano l’area con un protocollo di sicurezza a ranghi serrati, hanno risposto immediatamente al fuoco, colpendo il soggetto che, trasportato d’urgenza in ospedale, è deceduto poco dopo a causa delle ferite riportate.
Durante l’intenso conflitto a fuoco, durante il quale secondo alcuni testimoni sarebbero stati esplosi tra i 20 e i 30 colpi -9, un passante che si trovava casualmente nelle vicinanze è stato raggiunto dai proiettili, versando attualmente in condizioni giudicate gravi.
Il profilo dell’aggressore: disturbi mentali e un passato di manie di onnipotenza
Le indagini condotte dall’Fbi, che collabora sul posto con il dipartimento di polizia metropolitana e l’Atf, hanno rapidamente fatto luce sull’identità e sulla natura dell’assalitore. Nasir Best, originario del Maryland, era già un volto noto al Secret Service, avendo avuto due precedenti scontri con le autorità nel corso del 2025. Nel giugno di quell’anno bloccò una corsia d’accesso alla Casa Bianca, dichiarando di essere “Dio”, venendo prontamente ricoverato per una valutazione psichiatrica.
Un mese più tardi, nel luglio 2025, fu nuovamente arrestato mentre tentava di intrufolarsi in un vialetto del complesso presidenziale; un giudice emise a quel punto un’ordinanza che gli imponeva di mantenere le distanze dalla residenza del capo dello Stato. I profili social del 21enne rivelano un quadro psicologico drammatico: Best si autodefiniva “il vero Osama bin Laden” e, in almeno un’occasione, aveva espresso esplicitamente l’intenzione di nuocere al presidente Trump.
Il protocollo d’emergenza e il presidente al lavoro nello Studio Ovale
Al momento degli spari, il presidente Donald Trump si trovava all’interno della Casa Bianca, intento a lavorare con i suoi più stretti consiglieri su un dossier delicato come quello della trattativa di pace con l’Iran. Immediatamente dopo la deflagrazione dei colpi, è scattato il lockdown totale dell’intero complesso, con il Secret Service che ha attivato la procedura standard per mettere in sicurezza il presidente e tutto il personale presente, isolando l’area e bloccando ogni accesso.
I giornalisti accreditati, che in quel momento si trovavano nei giardini della Casa Bianca, sono stati fatti rapidamente riparare all’interno della sala stampa, dove hanno trascorso circa 45 minuti di attesa prima che la situazione tornasse sotto controllo. Secondo quanto riferito, nessun agente del Secret Service è rimasto ferito durante lo scontro.
Un quadro di instabilità sistemica: il terzo episodio di violenza in un mese
L’attacco di sabato sera rappresenta il terzo episodio di violenza con arma da fuoco registrato nelle immediate vicinanze del presidente Trump nel giro di appena un mese. Il precedente più recente risale alla cena annuale dell’Associazione dei corrispondenti della Casa Bianca, quando un individuo armato era riuscito a superare i controlli di sicurezza, provocando il panico tra i partecipanti.
Sebbene le autorità stiano ancora vagliando la documentazione in possesso e la possibile acquisizione dell’arma utilizzata, il profilo di Best sembra delineare più la figura di un soggetto affetto da gravi disturbi mentali, ossessionato dalla figura del presidente, che quella di un militante affiliato a strutture organizzate. Il capo dell’Fbi Kash Patel ha dichiarato che l’agenzia è sul posto per offrire supporto, mentre le indagini sono attualmente in corso per escludere eventuali concause o complicità.




