Gli Stati Uniti stringono d'assedio il Venezuela di Maduro

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Un messaggio inequivocabile, che solca le acque tempestose del Mar dei Caraibi, giunge dalle coste di Caracas mentre gli Stati Uniti, con Donald Trump nuovamente alla guida della nazione, riconfermano una strategia di pressione senza precedenti nell'emisfero occidentale. Quello che è in atto, al largo delle coste venezuelane, non è una semplice esercitazione o una mera operazione di pattugliamento; si tratta, piuttosto, di un vero e proprio blocco navale che vede schierata una potenza di fuoco impressionante. Alla già considerevole flotta, composta da cinque distruttori, un incrociatore, un sottomarino nucleare e tre navi anfibie, si è unita la portaerei "Gerald Ford", la più potente in dotazione alla marina statunitense, trasferitasi dal Mediterraneo per unirsi a caccia F-35, elicotteri d'attacco e droni Reaper, in quello che rappresenta il più massiccio dispiegamento di forze dai tempi della Guerra del Golfo.

La giustificazione della guerra alla droga

La giustificazione ufficiale fornita da Washington per questo imponente spiegamento militare risiede in una dichiarata, e aggressiva, guerra al narcotraffico. A partire dal mese di settembre, le forze statunitensi hanno infatti condotto una serie di attacchi letali in acque internazionali, colpendo navi accusate di trasportare droga e additando il presidente Nicolas Maduro come il regista di quelle che vengono definite estese operazioni di narcotraffico. Queste azioni, che hanno causato la morte di decine di persone, vengono però osservate con crescente scetticismo da molti analisti, i quali vedono nell'ulteriore incremento delle forze militari un segnale che il fine ultimo vada ben oltre la lotta ai cartelli della droga, configurandosi piuttosto come un tentativo di riaffermare una pesante influenza sull'America latina.

La risposta di Mosca all'assedio

Assediato dalla crescente presenza navale statunitense, Maduro ha pertanto lanciato un appello disperato al suo omologo russo, cercando un sostegno che potesse riequilibrare le sorti di un confronto sempre più impari. Mosca, da parte sua, non si è fatta attendere e, attraverso le parole di un alto rappresentante del Comitato di difesa della Duma, ha fatto intendere di essere pronta a rispondere alla chiamata. "Le informazioni sui volumi e sui nomi esatti di ciò che viene importato dalla Russia sono classificate", ha dichiarato Alexei Zhuravlev, lasciando intendere che il Cremlino potrebbe rifornire i depositi militari venezuelani di missili come i Kalibr e gli Oreshnik, riservando così "delle sorprese" agli americani e ai loro alleati.

Le dichiarazioni di Trump sulla crisi

Mentre l'artiglieria diplomatica e militare si dispiega, Donald Trump ha provato a smorzare i toni riguardo a uno scenario di conflitto aperto, affermando durante un'intervista che le possibilità di una guerra imminente sono basse. Tuttavia, non ha mancato di ribadire con fermezza una posizione che ormai da mesi caratterizza l'approccio della sua amministrazione, ovvero che i giorni di Maduro al potere sono contati. Una dichiarazione che, se da un lato cerca di calmare gli animi, dall'altro non fa che alimentare le tensioni in un contesto dove le operazioni militari, seppur negate nelle intenzioni belliche, continuano a procedere a ritmo serrato, accerchiando progressivamente il paese sudamericano.

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