Gisèle Pelicot e la sua guerra per la vita: “Non sono una vittima, ora ho un nuovo compagno e sono felice”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Ha scelto di raccontarsi, Gisèle Pelicot, e lo ha fatto a modo suo, lontano dai riflettori del tribunale di Avignone che pure l’hanno vista protagonista di un processo destinato a segnare la storia giudiziaria francese. Incontrandola negli uffici della sua agente letteraria a Parigi, circondata dalle attrezzature del fotografo che la ritrae, si scopre una donna che ha deciso di voltare pagina. La sua risata, genuina, squarcia il velo di tragedia che per dieci anni ha avvolto la sua esistenza: al suo fianco c’è Jean-Loup, il nuovo compagno che aspetta paziente in un’altra stanza con un giornale tra le mani, presenza discreta e premurosa che attende la fine del colloquio. Non è più la donna che ha subito l’indicibile – quel marito che per un decennio l’ha drogata pesantemente per offrirla a decine di sconosciuti – ma qualcuno che ha scelto di ribellarsi al ruolo che le era stato cucito addosso.

L’occasione per ritrovarla è l’uscita delle sue memorie, “Un inno alla vita” – nell’originale francese “Et la joie de vivre”, pubblicato da Flammarion – che arriverà in Italia per Rizzoli il 19 febbraio dopo l’uscita mondiale del 17. Un Titolo che, a prima vista, potrebbe suonare quasi provocatorio per chi ha vissuto l’orrore di essere stata violentata sistematicamente da oltre cinquanta uomini reclutati online dallo stesso uomo che aveva giurato di amarla. Ma Gisèle non ha mai voluto essere definita esclusivamente come una vittima, e questa sua determinazione a ridisegnare i contorni della propria identità emerge nitida in queste pagine e in questo incontro. “Non siamo mai preparati a ciò che la vita può riservarci”, riflette durante la conversazione, “ma possiamo sempre trovare la forza di ricominciare”. Una lezione, la sua, che affonda le radici in un’infanzia già segnata dal dolore, quando il letto della madre malata di tumore occupava la cucina per rendere meno gravosa l’assistenza.

La scelta di raccontare per riappropriarsi della propria storia

Ha deciso di scrivere questo libro per sottrarsi alla narrazione che altri avevano costruito attorno a lei, quella di un’icona silenziosa del dolore. Gisèle, che ha rifiutato il processo a porte chiuse imponendo che la vergogna cambiasse finalmente lato, non ha mai cercato l’altare della compassione pubblica. “Durante tutto il processo, sono stata definita come vittima”, spiega, “oggi non voglio essere più considerata così. Sono stata sacrificata sull’altare del vizio, gettata in pasto a quegli individui”. La scrittura, per lei, ha rappresentato lo strumento per uscire da quella cornice soffocante, per raccontare chi è veramente al di là di ciò che le è stato fatto. E mentre parla di sé, dei suoi progetti, della sua nuova relazione amorosa, traspare la volontà ferrea di testimoniare che la vita, nonostante tutto, può riprendere il sopravvento.

Il suo racconto, che si snoda in ventidue lingue diverse per raggiungere un pubblico globale, non indulge nel compiacimento del martirio né si perde nei dettagli più truci delle violenze subite. Gisèle guarda avanti, e lo fa con la consapevolezza di chi ha attraversato l’inferno e ne è uscita con una prospettiva diversa, più lucida. Non chiede pietà, né si lamenta del proprio destino, ma semplicemente mette nero su bianco la verità di un’esistenza che ha conosciuto il male assoluto proprio tra le mura domestiche, per mano di chi avrebbe dovuto proteggerla.

Il nuovo amore e la riappropriazione della normalità

Il fatto stesso che parli apertamente della sua nuova relazione sentimentale rappresenta la dimostrazione più tangibile della sua rinascita. Accanto a lei c’è un uomo, Jean-Loup, che ha avuto il coraggio di amare una donna con un passato così pesante, e Gisèle non ha alcuna intenzione di nasconderlo o di farne un segreto. Lo presenta con orgoglio, con la leggerezza di chi finalmente ha ritrovato la pace, e lo lascia in attesa fuori dalla stanza mentre lei racconta la sua verità. “Non tutti gli uomini sono mostri”, sembra voler dire con la sua stessa esistenza, dimostrando che dopo mezzo secolo di matrimonio con Dominique Pelicot – l’uomo che l’ha sistematicamente tradita nel modo più efferato possibile – è ancora possibile fidarsi, amare, lasciarsi andare.

La sua battaglia, del resto, non è mai stata contro il genere maschile in sé, ma contro l’orrore specifico che ha subito e contro il sistema culturale che troppo spesso addossa la vergogna a chi subisce l’abuso. E in questo senso, la sua storia continua a interrogare le coscienze, non perché lei voglia ergersi a simbolo, ma semplicemente perché ha avuto il coraggio di mostrare le proprie ferite e di rialzarsi. Lo ha fatto in tribunale, chiedendo che le udienze fossero pubbliche; lo ha fatto davanti alle telecamere di tutto il mondo; e lo fa oggi, con queste memorie che portano la sua firma e il suo sguardo sul mondo.

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