Gisèle Pelicot e il rifiuto della vergogna nel memoir “Un inno alla vita”
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Redazione Esteri
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C’è un passaggio, nelle memorie di Gisèle Pelicot che usciranno il 19 febbraio per Rizzoli, in cui la settantatreenne francese ripercorre quel momento esatto, quel crollo, quando nella stazione di polizia l’agente Laurent Perret le mise davanti le fotografie. Lei, Gisèle, non riconosceva gli uomini, ovviamente, ma la difficoltà più grande fu un’altra: non riconosceva se stessa, quella guancia flaccida, quella bocca inerme, una bambola di pezza, come l’ha definita lei, distesa su un letto che era il suo -1-8. Il cervello, in quell’istante, ha smesso di funzionare, ha raccontato, e forse è proprio da lì che è partita una consapevolezza diversa, una reazione che non si è fermata alla resa. Perché lei, Gisèle Pelicot, avrebbe potuto scegliere l’anonimato, proteggersi dietro le porte chiuse del tribunale di Avignone, invece no, ha deciso che la vergogna dovesse cambiare lato, e questa frase, oggi, non è solo uno slogan ma il perno attorno a cui ruotano le oltre duecento pagine del suo libro, scritto insieme alla giornalista Judith Perrignon e tradotto in Italia da Bérénice Capatti -3-4.
Nel racconto che emerge dagli estratti pubblicati da Le Monde, e che presto farà il giro di ventidue Paesi, Gisèle scava nel rapporto con Dominique, l’uomo che per cinquant’anni ha considerato un grande tipo, un compagno con cui aveva condiviso gioie e difficoltà, tre figli, una vita normale, fino a quel novembre del 2020 -9. La scoperta non è stata solo quella delle violenze – decine, forse cinquanta uomini coinvolti in un decennio – ma quella della doppiezza, della manipolazione quotidiana, dei segnali che tornano indietro come un boomerang: quella birra bianca a cui lui aggiungeva sciroppo alla menta, le patate preparate separatamente, e poi lui che piangeva quando lei, qualche volta, insinuava il dubbio di essere drogata -2-6. Oggi Gisèle racconta tutto questo senza autocommiserazione, quasi con la precisione di chi seziona un estraneo, e spiega che la decisione di processare pubblicamente gli imputati – marito in testa – è nata anche dalla paura, dalla paura vera di finire ostaggio degli sguardi di loro, degli avvocati, delle menzogne, del disprezzo, e quindi ha pensato che chiudere la porta, in fondo, avrebbe significato proteggere proprio loro, gli aggressori, invece che sé stessa -3-4.
E poi c'è la vita che continua, che anzi, lei rivendica con una forza quasi ostinata. Perché il libro, va detto, non si ferma alla cronaca giudiziaria né si chiude nel lamento: Gisèle parla anche di Jean-Loup, l’uomo incontrato nell’estate del 2023, quando il processo incombeva e l’ansia rischiava di paralizzarla -10. Fu lui, racconta, a stamparle le quattrocento pagine dell’atto d’accusa perché non doveva leggerle su uno schermo, un gesto piccolo, apparentemente banale, che però le ha dato la forza di guardare avanti e di entrare in quell’aula senza paura delle sue rughe, del suo, perché amava ed era riamata, e questa felicità, per quanto paradossale possa sembrare a chi guarda da fuori, ha giocato un ruolo determinante -5-10. Non tutti, nella sua famiglia, hanno reagito allo stesso modo: i rapporti con i figli sono complessi, Caroline, che pure sospetta di essere stata a sua volta abusata dal padre, si era allontanata, anche se prima di Natale c’è stato un riavvicinamento, e con David, spiega Gisèle, serve più tempo, perché loro non hanno scelto il padre, mentre lei sì, e quel percorso di ricostruzione è più accidentato -2-9.
La scoperta delle immagini e la battaglia per la verità pubblicaUn nuovo amore e la ricostruzione di sé dopo l’incubo giudiziario
Oggi Gisèle Pelicot vive in un’isola francese, l’Île de Ré, battuta dal vento atlantico, e racconta di aver dato a sé stessa il permesso di essere felice, un’espressione che può sembrare audace per chi ha subito ciò che ha subito lei, ma che nel libro assume una consistenza quasi fisica -5. L’incontro con Jean-Loup, un uomo che a sua volta aveva attraversato momenti difficili, le ha restituito la leggerezza, la possibilità di uno sguardo complice, di una carezza che non è minaccia ma sostegno -2. Nel memoir, Gisèle sottolinea come il nuovo compagno l’abbia aiutata ad affrontare le udienze, a leggere quelle quattrocento pagine di accuse, a presentarsi in tribunale con la dignità di chi non ha nulla da nascondere e anzi, rivendica il diritto a esistere al di là della violenza subita. Non è, questa, una rinuncia al dolore, ma una riappropriazione della propria storia, e forse anche per questo il Titolo originale francese, “Et la joie de vivre”, suona come un atto di resistenza, una dichiarazione di indipendenza da chi vorrebbe ridurla a icona o, peggio, a vittima eterna.
Il rapporto complicato con i figli e il peso di una eredità dolorosa
La famiglia, in questa vicenda, è un capitolo aperto e sanguinante. Gisèle non nasconde le crepe, le distanze, i silenzi. Caroline, la figlia, ha trovato sul computer del padre fotografie di sé stessa seminuda, e da lì è partita una frattura che ha portato la ragazza ad accusare pubblicamente la madre di averla abbandonata, anche se negli ultimi mesi, complici forse le festività, c’è stato un riavvicinamento, una ripresa dei contatti che Gisèle racconta con cautela, senza trionfalismi -2-10. David, il figlio maschio, invece ha bisogno di più tempo, e la madre lo rispetta, spera che un giorno possano ritrovarsi, e intanto custodisce l’affetto di Florian, l’altro figlio, che invece le è rimasto accanto. Il libro non dà risposte facili, non offre pacificazioni consolatorie, semmai mette in fila i pezzi di un puzzle famigliare andato in frantumi, e lo fa con quella schiettezza che ha caratterizzato tutto il percorso di Gisèle, dal processo fino a oggi, senza edulcorare i conflitti né nascondere le difficoltà di rapporti che portano il peso di un’eredità tossica, di un padre che ha tradato non solo la moglie ma anche, forse, l’idea stessa di famiglia -5-9.




