Usa e Iran, il duello continua tra minacce e trattative
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Redazione Esteri
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Le strade di Teheran si sono riempite di una folla immensa, una marea umana che si è riversata nel centro della capitale iraniana per dare l'ultimo saluto all'ayatollah Ali Khamenei, la guida suprema uccisa nei primi giorni del conflitto contro Stati Uniti e Israele. Le esequie, che si protrarranno per un'intera settimana toccando le città sante di Qom, Najaf e Karbala prima della sepoltura a Mashhad, rappresentano un momento di forte coesione per il regime, chiamato a mostrare compattezza di fronte a una guerra che ne ha messo a dura prova le fondamenta.
Nel frattempo, a migliaia di chilometri di distanza, lo Studio Ovale è stato teatro di un evento di segno diametralmente opposto, con il presidente Donald Trump che ha suonato la campanella di apertura del New York Stock Exchange e del Nasdaq, celebrando il primo giorno di contrattazione dei "Trump Accounts", i conti di investimento destinati ai minori americani.
Un contrasto che sembra riassumere la distanza incolmabile tra le due nazioni, eppure, proprio in queste ore di funerali e celebrazioni, il filo della diplomazia continua a tessere la trama di un possibile accordo.
Teheran, il corteo funebre e il grido di "vendetta"
La salma dell'ayatollah Khamenei, avvolta nella bandiera iraniana e sormontata dal suo turbante nero, è stata trasportata su un camion attraverso un percorso di dieci chilometri che ha attraversato piazze simboliche come Enghelab e Azadi. La folla, che secondo l'emittente statale IRIB avrebbe raggiunto i milioni, ha sventolato bandiere e cartelli, intonando cori che chiedevano vendetta per la morte della guida suprema e scandendo "Morte all'America".
Le immagini trasmesse mostravano una partecipazione straordinaria, con persone che si accalcavano per vedere il feretro e che, in alcuni casi, hanno lanciato sassi contro un cartellone pubblicitario raffigurante il presidente Trump, appeso a un ponte della capitale.
La cerimonia, che ha visto la partecipazione del presidente Masoud Pezeshkian e dell'ex presidente Mahmoud Ahmadinejad, ha assunto così i contorni di una manifestazione politica di massa, un momento in cui il dolore per la perdita del leader si mescola alla determinazione a proseguire la strada tracciata dal regime.
Un'eccezione, destinata ad alimentare le speculazioni, è stata l'assenza del nuovo leader supremo Mojtaba Khamenei, figlio del defunto ayatollah, che non si è fatto vedere in pubblico sin dal giorno dell'attacco che lo ha ferito e ucciso il padre.
I "Trump Accounts" e la festa per i 250 anni degli Stati Uniti
Mentre a Teheran si piangeva e si invocava la vendetta, a Washington si festeggiava il 250° anniversario dell'indipendenza americana con un evento senza precedenti: per la prima volta, il Nasdaq e il New York Stock Exchange hanno suonato congiuntamente la campanella di apertura dalla Casa Bianca, alla presenza del presidente Trump. L'occasione era il lancio dei "Trump Accounts", un'iniziativa che prevede un deposito iniziale di 1.
000 dollari da parte del Tesoro statunitense per ogni bambino nato tra il 2025 e il 2028, un investimento a lungo termine che mira a dare a ogni giovane cittadino una partecipazione diretta nel mercato azionario. L'amministrazione Trump ha presentato il progetto come il coronamento del sogno americano, con il segretario al Tesoro Scott Bessent che ha sottolineato come il 38% delle famiglie americane non abbia alcuna esposizione ai mercati azionari.
L'entusiasmo per l'iniziativa è stato testimoniato dalle parole di Adena Friedman, amministratore delegato del Nasdaq, e dalla partecipazione di CEO come Michael Dell e Vlad Tenev, che hanno definito l'iniziativa come un momento "trasformativo" per il futuro del paese. Un quadro di ottimismo e prosperità che, a confronto con le immagini provenienti da Teheran, sembrava appartenere a un altro pianeta.
Il duello nei negoziati: minacce e concessioni
Eppure, al di là delle apparenze, Usa e Iran sono più vicini di quanto si creda. La prova viene dalla delicata partita diplomatica in corso, dove entrambi i contendenti cercano di ottenere il massimo vantaggio. Il presidente Trump, parlando ai giornalisti nello Studio Ovale, ha rinnovato le sue minacce nei confronti di Teheran, affermando senza mezzi termini: "O faremo l'accordo o finiremo il lavoro".
Un avvertimento che si è tradotto in dettagli agghiaccianti sulla capacità americana di distruggere le infrastrutture iraniane, dai ponti alle centrali elettriche, "in una piccola parte di un pomeriggio". Dopo aver citato la rimozione del blocco navale come una concessione fatta per favorire il dialogo, il presidente ha anche dichiarato: "Siamo vicini a fare un accordo, forse, ma vinceremo in un modo o nell'altro".
Le parole di Trump fanno da contraltare all'atmosfera di sfida che aleggia a Teheran, dove la folla ha chiesto vendetta, e sembrano rivelare il vero nodo della questione: la pressione, a fini interni, per entrambi. Da un lato, Trump deve mostrare i muscoli in vista delle midterm; dall'altro, il regime iraniano, per quanto autoritario, non può permettersi di perdere il consenso di un'ampia fetta della popolazione, specialmente in un momento di lutto nazionale.
La trattativa è sospesa durante i funerali, ma il countdown per un accordo finale è già cominciato, e le prossime settimane saranno decisive per capire se il duello si trasformerà in una pace duratura o in un nuovo, devastante capitolo del conflitto.




