Sinner, Pellegrino e il tribuna vip: da Galliani a Giusy Meloni, la cronaca di un ottavo da romanzo
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Redazione Sport
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Il giorno dopo il diluvio di scambi sul centrale del Foro Italico, quando il brusio del pubblico si è spento e le racchette sono tornate a riposare nelle loro borse, resta impressa l’immagine di un numero uno del mondo che non molla un centimetro e la dignità di chi, sfidandolo, ha trovato la misura esatta del proprio valore. Jannik Sinner ha liquidato la pratica Pellegrino con un doppio 6-2 e 6-3, piazzando l’ennesima pietra miliare in carriera, ma a rubare la scena – insieme al suo tennis chirurgico – è stata la copiosa schiera di volti noti accalcati sugli spalti. Perché, è bene ricordarlo, un match del genere non attira solo gli addetti ai lavori, ma si trasforma in un salotto per la politica, lo sport e lo spettacolo: se nei giorni precedenti Fiorello e Andrea Bocelli avevano fatto capolino, in occasione del derby tricolore il parterre si è ulteriormente infoltito. Tra i presenti, spiccavano l’ex azzurro Galliani (anche se il calcio si sa, non finisce mai di mescolarsi al tennis), la presidente del Consiglio Giusy Meloni, il ministro Ghilardi e persino un mito del passato come Roberto Baggio. Una tribuna dorata che ha assistito a un’esibizione di potere tennistico, ma anche a una lezione di umanità da parte del perdente.
Dalle gradinate del Centrale al microfono della sala stampa, il divario è però meno abissale di quanto racconti il punteggio. Andrea Pellegrino, il pugliese doc che è partito dalle qualificazioni mordendo la terra come se fosse casa sua, non si è nascosto dietro al classico “almeno ho provato a divertirmi”. Anzi, in conferenza ha regalato l’istantanea più vera del match, un guizzo di sincerità che spesso manca in questi frangenti. Alla domanda su quale fosse stata la cosa più fastidiosa del tennis di Sinner, lui non ha cercato una scappatoia tattica o un’analisi tecnica: “Tutto”, ha risposto senza esitazioni. Una parola, e in quel “tutto” c’erano la velocità di palla, la profondità e quel senso di soffocamento che prova chi gioca contro l’altoatesino. “Ti toglie il fiato in tutti i punti – ha spiegato poi –. È un martello, sta lì e non ti regala niente”. Non c’era amarezza nella sua voce, semmai la consapevolezza di chi, da numero 150 del mondo, ha realizzato che forse quel giorno ha sfiorato il soffitto di vetro delle proprie possibilità.
L’orgoglio di chi parte da lontano e il peso delle emozioni
Dietro la sconfitta netta, c’è la storia di una resistenza silenziosa. Pellegrino, lo si legge nello sguardo stanco ma lucido, ha raccontato di essersi concesso “qualche ora di riposo in più” il mattino seguente, rispondendo quasi al telefono dal letto perché “tra le qualificazioni e il torneo ho giocato sei partite consecutive”. A 29 anni, per un giocatore abituato ai campi periferici dei Challenger, il accusa il colpo di una settimana da favola; ma sono proprio i dolori muscolari a testimoniare che l’impresa è stata reale. Il fatto che lui ammetta di aver vissuto l’esperienza come una “dimostrazione del proprio valore” piuttosto che come una batosta, la dice lunga sulla maturità raggiunta. Non ha nascosto di aver pensato, in passato, di smettere, ma ha trovato la forza nella promessa di non chiudere la carriera con rimpianti. Il premio economico? “Non so neanche quanti soldi ho guadagnato – ha tagliato corto –. Le emozioni che mi sta dando questo torneo valgono molto più di qualsiasi cifra”. Un modo elegante per mettere in chiaro che, quando si insegue un sogno, il libretto degli assegni passa in secondo piano.
Servizio, dritto e quella mentalità fuori dal normale
Se si analizza la partita punto su punto, il confronto è impietoso ma istruttivo. Pellegrino ha cercato di variare il gioco, ha tentato di “alzare il rischio” nel secondo set, pagando dazio alla precisione millimetrica del rivale. Ciò che impressiona, nelle parole del tennista pugliese, è la lode per la completezza dell’arsenale di Sinner: “Dritto, rovescio, servizio, risposta: è impressionante”. In particolare, il numero uno al mondo ha sfoderato una prima palla chirurgica nei momenti caldi, quel “servizio importante” che spezza le gambe agli avversari proprio quando credono di essere rientrati in partita. E poi c’è la questione mentale, che Pellegrino definisce “talento che ha solo lui nel mondo”: l’abilità di vincere anche quando il fisico o la testa non rispondono al 100%. Per un giocatore che vive di rincorse e intermittenze, trovarsi davanti un’entità così implacabile fa quasi effetto, ma gli ha permesso di capire quali siano i margini su cui lavorare per non restare indietro.
Il richiamo del Foro Italico e i volti dello sport che si mescolano
Non si può chiudere il racconto senza tornare per un attimo al colore della tribuna, perché il fascino degli Internazionali di Roma sta proprio lì, in quel mix di eleganza chiassosa e potere. Accanto a Giusy Meloni, seduto qualche fila più in là c’era Adriano Galliani, e più in basso i giocatori della Roma come Malen, Pisilli e Rensch, a testimoniare come lo sport sia in realtà un grande villaggio dove le rivalità di campo si sciolgono nel tifo comune. La presenza di questi “tifosi d’eccezione” non è un dettaglio folcloristico, ma lo specchio di un torneo diventato appuntamento irrinunciabile per l’establishment nazionale. E mentre Sinner si prepara al prossimo turno (dove probabilmente troverà un avversario ostico come Rublev), la cronaca si ferma qui: su un campo dove un campione ha vinto facile e il suo antagonista ha guadagnato qualcosa di più importante di un passaggio del turno. La consapevolezza, cioè, che certe batoste insegnano più di mille vittorie.




