Il commosso addio di Porcari alla famiglia Kola, sterminata dal monossido: le quattro salme lasciano l’Italia per l’Albania
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Redazione Interno
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Sotto un cielo che si era fatto grigio e che poi, quasi a voler partecipare a quel dolore collettivo, aveva cominciato a piangere insieme ai presenti, la piazza centrale di Porcari si è stretta attorno a quelle quattro bare che racchiudevano, in un silenzio assordante, la storia di un’intera famiglia -8. Il corteo funebre, partito nelle prime ore della mattina dall’obitorio di Lucca, ha fatto il suo ingresso in piazza Felice Orsi accompagnato soltanto dal rumore attutito dei passi sul bagnato e dal battito sordo dei cuori di centinaia di persone, quelle che Arti, Jonida, Hajdar e Xhesika — questo il nome della quindicenne compagna di banco alla scuola media di Camigliano — avevano incrociato nei loro dieci anni trascorsi qui, in questa frazione della piana lucchese dove avevano scelto di costruirsi una vita -1-5-8.
Il primo cittadino Leonardo Fornaciari, dopo aver dichiarato il lutto cittadino con un’apposita ordinanza che imponeva le bandiere a mezz’asta sul palazzo comunale, si è fatto carico di trasformare un gesto istituzionale in un abbraccio laico e profondamente umano -3-8. Si è avvicinato alle quattro casse, le ha sfiorate come si fa con chi non vedremo più, e poi ha consegnato a Durim — il fratello di Arti, quell’uomo che la sera del 4 febbraio era entrato nell’appartamento di via Galgani ed era stato il primo a scorgere l’inimmaginabile, finendo in ospedale a Cisanello in codice rosso — una litografia che ritrae la Torretta, il colle che da sempre veglia su Porcari -1-8.
Era un oggetto, quello donato dal sindaco, che voleva racchiudere un territorio intero: un pezzo di collina lucchese da portare via con sé, un frammento di terra toscana da seppellire insieme ai corpi in Albania, quasi a voler ribadire che quell’approdo, spezzatosi tragicamente una settimana prima, aveva comunque lasciato radici impossibili da sradicare del tutto -8. Accanto alla litografia, Fornaciari ha consegnato anche un tricolore, segno evidente che questa famiglia — nella sua doppia appartenenza, albanese per nascita e italiana per scelta — veniva salutata con gli onori riservati a chi quella patria adottiva l’aveva onorata col lavoro silenzioso e quotidiano -8.
Non c’è stata una cerimonia religiosa pubblica in piazza, come del resto lo stesso sindaco aveva preannunciato, perché quella liturgia di commiato era stata celebrata tre giorni prima tra le panche della chiesa di San Giusto, quando il cardinale novantasettenne Ernest Simoni — reduce da ventotto anni di prigionia sotto il regime di Hoxha — era sceso da Firenze per stringere al petto i suoi conterranei e aveva trovato una chiesa gremita di ragazzi incapaci di trattenere grida spezzate a metà tra la preghiera e la disperazione -5-10. Il parroco don Americo Marsili, in quell’occasione, aveva chiesto il rispetto dovuto a quel dolore intimo, vietando l’ingresso alle telecamere perché certe lacrime non hanno bisogno di essere trasmesse, solo testimoniate -5.
L’inchiesta della Procura di Lucca e le crepe nella manutenzione
Mentre i cittadini di Porcari salutavano le bare con il volo liberatorio dei palloncini bianchi, a pochi chilometri di distanza gli uffici della Procura di Lucca custodivano le carte di un fascicolo che si fa di giorno in giorno più complesso -4-8. Gli esami tossicologici, espletati nei laboratori di medicina legale, hanno confermato ciò che i vigili del fuoco avevano intuito già nelle prime concitate fasi del sopralluogo: il sangue delle vittime conteneva una concentrazione di carbossiemoglobina incompatibile con la vita, causata dall’inalazione prolungata delle esalazioni sprigionate dall’impianto termico posto al secondo piano di quel terratetto ristrutturato -1-6.
La caldaia, secondo quanto emerge dagli atti depositati e riportati da fonti vicine all’indagine, risultava essere di recente installazione — certamente non annoverabile tra quegli impianti vetusti e malandati che spesso popolano le cronache degli incidenti domestici — e questo dettaglio ha spostato il baricentro delle verifiche dei carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro su un fronte diverso da quello inizialmente ipotizzato -2-9. L’ipotesi che prende, corroborata dalle verifiche tecniche depositate dai consulenti del pubblico ministero, è che il montaggio dell’apparecchio sia stato effettuato direttamente dal proprietario dell’immobile e non da un tecnico abilitato, circostanza questa che, qualora verificata, trasformerebbe una banale negligenza amministrativa in un ben più grave profilo di responsabilità penale -2-9.
Non si conoscono ancora i nomni iscritti nel registro degli indagati, e la Procura mantiene il più stretto riserbo su un’inchiesta che deve ancora definire con precisione la catena delle omissioni e delle eventuali consapevolezze, ma è evidente che l’attenzione degli inquirenti si concentri sulla verifica della conformità dell’impianto alle normative sulla sicurezza e sull’accertamento della periodicità — o della mancanza di essa — delle operazioni di manutenzione ordinaria -2-6.
Il ritorno alla terra d’origine e la raccolta fonda tra due patrie
Ora le quattro salme viaggiano a bordo di un carro funebre che percorrerà in senso inverso la strada che Arti e Jonida avevano compiuto un decennio fa, quando dall’Albania erano saliti in Italia con un bagaglio carico di speranze e due bambini ancora piccoli -5. La destinazione finale è Peqin, la loro area di origine, dove i funerali solenni — quelli veri, con la terra da benedire e le fosse da scavare — attendono soltanto l’arrivo delle bare per essere celebrati -6. Il via libera al rimpatrio è giunto solo dopo che tutti gli accertamenti irripetibili sui corpi erano stati completati, e la salma del fratello sopravvissuto — colui che quella sera del 4 febbraio si era salvato per pura casualità, forse perché era entrato in casa dopo gli altri o forse perché il suo fisico aveva retto meglio l’intossicazione — rientrerà in Albania insieme ai suoi cari, accompagnandoli in quel viaggio che nessuno avrebbe mai voluto organizzare -1-8.
Per rendere possibile questo trasferimento e per sostenere le esequie nella madrepatria, la generosità diffusa ha scavalcato in pochi giorni i confini geografici e quelli delle piattaforme digitali: sulla raccolta fondi lanciata da Durim attraverso GoFundMe sono confluite, nell’arco di quarantotto ore, donazioni per oltre settantacinquemila euro, cifra che testimonia come il dolore privato di una famiglia possa trasformarsi in un’emergenza pubblica capace di smuovere le coscienze ben oltre la cerchia ristretta dei conoscenti -2-9. Decine e decine di donatori hanno versato cifre comprese tra i cinquanta e i cinquecento euro, italiani e albanesi indistintamente, accomunati non da un vincolo di sangue ma dall’orrore suscitato da una morte tanto silenziosa quanto spietata -9.
La memoria che si intreccia a un’altra tragedia
Sullo sfondo di questa mattina di addii, mentre la pioggia cadeva sui palloncini bianchi e sugli striscioni esposti dalla terza D della scuola media di Camigliano che recitava «Xhesika vive per sempre nei nostri cuori», il sindaco Fornaciari non ha potuto fare a meno di richiamare alla mente un altro febbraio, quello del 1992, quando Porcari era già stata costretta a piangere quattro suoi cittadini — Raffaello Malanca, la moglie Piera Calistri e le due figlie Ilaria e Greta — uccisi esattamente nello stesso modo, da una caldaia andata in tilt mentre loro dormivano ignari nelle loro camere -7-10. Anche allora la frazione di Rughi, anche allora un intero nucleo familiare cancellato, anche allora il paese costretto a interrogarsi sulla fragilità delle pareti domestiche -10.
La storia, a distanza di trentaquattro anni, ha replicato se stessa con una fedeltà macabra, e la comunità che oggi si è stretta attorno ai Kola porta dentro di sé la consapevolezza amara di aver già recitato, una volta, questa stessa scena. Non ci sono state sfilate di Carnevale, né cene di beneficenza organizzate dalla parrocchia: tutto è stato annullato, come allora, perché il lutto non ammette maschere e il rumore della festa sarebbe stato intollerabile accanto al silenzio delle quattro bare che lasciavano il paese -10.




