Pizzaballa: la pace va preparata, serve una nuova leadership

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Tra le macerie di una terra straziata da un conflitto che, in 735 giorni, ha lasciato dietro di sé una scia di lutti e distruzione, l’azione instancabile di alcuni si erge a baluardo di speranza, scrivendo con le mani, giorno dopo giorno, un Vangelo della pace che si traduce in accoglienza concreta. La parrocchia della Sacra Famiglia a Gaza, da oltre due anni, costituisce un rifugio per centinaia di persone, un faro nell’oscurità dove, come si sottolinea, «con generoso spirito di servizio, personale impegno e dedizione, si sono adoperati per accogliere, assistere e proteggere un gran numero di rifugiati e di bisognosi». È questa una testimonianza straordinaria, che parla il linguaggio universale della solidarietà e del dialogo, mostrando come, persino nel cuore della tragedia, sia possibile costruire spazi di umanità.

Una guida nuova per prospettive diverse

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, intervenendo a margine del premio Silvestrini, ha posto l’accento sulla necessità di un ricambio alla guida delle parti in conflitto, indicandolo come un passaggio quasi obbligato per dischiudere scenari differenti. “È auspicabile un cambio di leadership ma ci vorrà tempo”, ha affermato, chiarendo come tale esigenza non sia dettata da urgenze meramente contingenti ma dalla ricerca di “prospettive nuove”. Una necessità, la sua, che non guarda a una sola fazione: “Per tutti, sia politici che religiosi devo dire”, ha specificato, lasciando intendere che il percorso verso una pacificazione richieda, prima di tutto, l’emergere di nuovi volti in grado di interpretare un dialogo ormai stagnante.

La ricostruzione delle anime tra le macerie

Mentre le dichiarazioni si susseguono nei fora internazionali, sul campo prosegue, silenziosa e tenace, l’opera di chi cerca di ricucire le ferite più profonde, quelle dell’anima. Madre Maria del Cielo, provinciale delle Serve del Signore e della Vergine di Matarà, con la voce rotta dall’emozione, racconta di un legame quotidiano e sofferto con le consorelle a Gaza, un filo che si è fatto ancor più teso nelle ultime ore. Assieme alle missionarie della Carità di Madre Teresa e al parroco padre Gabriel Romanelli, queste religiose operano nella Parrocchia della Sacra Famiglia, dedicandosi non solo ai bisogni materiali ma anche a quel lavoro, ben più complesso, di ricostruzione interiore che la guerra rende necessario, tentando di restituire un barlume di dignità a chi ha perso tutto.

Il riconoscimento da Città del Vaticano

Da Città del Vaticano è giunto un messaggio di “fraterno apprezzamento” per la “coraggiosa e instancabile testimonianza” portata avanti in un “contesto particolarmente grave e pericoloso”. Il testo, a firma del segretario di Stato cardinale Pietro Parolin e letto durante la cerimonia di premiazione, è stato voluto da Papa Leone XIV per esprimere gratitudine verso coloro che, come padre Romanelli e le suore, stanno dalla parte “dei più vulnerabili e di quanti hanno perso ogni cosa”. Un riconoscimento che, al di là dei confini religiosi, sottolinea il valore universale di un servizio che non conosce confini e che, in un panorama segnato dall’odio, rappresenta una risposta tangibile fatta di presenza e sacrificio.

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