Montagna a due velocità, cresce la tensione sulla nuova legge Calderoli
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Redazione Interno
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La controversa riforma per la classificazione dei comuni montani, voluta dal ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Roberto Calderoli, continua a sollevare un coro di proteste trasversali, che evidenziano, al di là delle appartenenze politiche, una frattura geografica destinata a ripercuotersi su servizi e finanziamenti. Se l’obiettivo dichiarato del governo è quello di razionalizzare e rendere più stringenti i criteri di accesso alle agevolazioni, diversi territori e rappresentanti istituzionali denunciano, non senza allarme, il rischio concreto di essere marginalizzati da un'impostazione che, a loro dire, privilegerebbe in maniera netta l’arco alpino a scapito dell’Appennino. Una dinamica, questa, che finisce per toccare nervi scoperti nella gestione del fragile equilibrio delle aree interne, dove la definizione di un confine amministrativo può tradursi nella garanzia o, al contrario, nella perdita di presidi fondamentali per la tenuta sociale.
Il rischio di uno svuotamento per i territori appenninici
Tra le voci più critiche spicca quella del presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani, il quale, dopo l’ultimo incontro con il ministro, ha parlato senza mezzi termini di una "mortificazione dei comuni montani dell’Appennino". Secondo Giani, la logica sottesa alla proposta ministeriale sembra delineare, suo malgrado, una "montagna di serie A e comuni montani di serie B", dove le agevolazioni statali continuerebbero a fluire verso i centri alpini, già avvantaggiati dal turismo invernale e dagli statuti speciali di alcune regioni, lasciando in condizioni di "autentico bisogno" le realtà appenniniche. Un intervento che, stando alle sue parole, rischierebbe di "dimezzare" sostanzialmente i comuni montani di quest’area, privandoli di risorse decisive.
L'allarme dal Piemonte e la difesa degli enti di coordinamento
Analoga preoccupazione giunge dal Nord-Ovest, dove Confcommercio Piemonte ha espresso condivisione per le posizioni assunte dalla Regione e da Uncem Piemonte. Il timore, in questo caso, si concretizza attorno alla legge nazionale n. 131 del 2025, la cui nuova classificazione potrebbe escludere numerosi comuni piemontesi dai benefici. Una esclusione che avrebbe ricadute immediate e tangibili, limitando, ad esempio, l’accesso a contributi specifici, alle deroghe per il mantenimento dei plessi scolastici e a una serie di misure di sostegno regionale pensate per compensare le criticità territoriali. Parallelamente, da Varese, il vicepresidente della Provincia Giacomo Iametti pone l’accento non solo sui singoli comuni ma sull’intera architettura degli enti di coordinamento, affermando che "Le Comunità Montane devono tornare al centro del dibattito istituzionale". Secondo Iametti, che le definisce "presidi democratici fondamentali", il loro ruolo è insostituibile nel coordinare servizi e valorizzare risorse in territori complessi, ragion per cui andrebbero "rafforzate, non ridotte".
Il nodo dei parametri e la ricerca di un dialogo
Al centro del confronto, tecnico ma dalle fortissime implicazioni politiche, resta il dibattito sui parametri da adottare. In un incontro tenutosi in Abruzzo, i sindaci del comprensorio montano hanno approfondito la questione con il consigliere provinciale delegato, Arturo Scopino, ponendo l’accento sulla centralità del criterio altimetrico per definire un comune come montano. Un aspetto, questo, che sembra costituire il punto di partenza irrinunciabile per qualsiasi trattativa, sebbene le parti coinvolte temano che da solo non sia sufficiente a rappresentare le molteplici sfaccettature del disagio insediativo. Il dialogo con il ministro Calderoli, per quanto difficile, prosegue, ma le posizioni appaiono distanti, mentre i territori attendono, consci che dall'esito di questa partita legislativa dipenderà molto del loro futuro assetto.




