Report, Papetti: «Non difendo Ranucci, difendo le regole. Anche quelle che la trasmissione non rispettava»
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Il caso che avvolge Report e la figura del suo conduttore, Sigfrido Ranucci, non accenna a risolversi, anzi, si arricchisce quotidianamente di nuovi strati, rivelando un groviglio di implicazioni giudiziarie, politiche ed etiche che vanno ben oltre la cronaca dell'attentato subito dal giornalista.
Mentre le indagini della Procura di Roma proseguono per individuare il movente dell'azione dinamitarda che ha danneggiato l'abitazione di Ranucci, con Valter Lavitola al momento indagato come presunto mandante, è il dibattito sulla deontologia del giornalismo d'inchiesta a infiammare il confronto pubblico. A questo si aggiunge la scelta della Rai di sospendere le repliche estive del programma, una decisione che ha spaccato il mondo dell'informazione e ha portato Ranucci a parlare di "sospensione della memoria del Paese".
In questo clima incandescente, la riflessione del direttore del Gazzettino, Roberto Papetti, fa da filtro, tentando di mettere ordine tra fatti, opinioni e critiche al cosiddetto "metodo Report".
La risposta a una lettera: l'importanza del metodo oltre la persona
In una lettera al direttore, un lettore aveva manifestato il proprio dissenso per quanto percepito come una difesa di Ranucci e del suo programma. La risposta di Papetti è netta e chiarificatrice, poiché sposta il baricentro della questione dalla persona del giornalista alle regole del mestiere. Non si tratta di difendere Ranucci o il suo operato, precisa il direttore, ma di difendere dei principi cardine: il rispetto della privacy, il garantismo e la dignità delle persone.
La sua argomentazione si fa ancor più stringente se applicata al caso specifico, in cui la trasmissione, che per anni ha fatto del superamento del segreto istruttorio e della pubblicazione di intercettazioni e interviste "rubate" un proprio marchio di fabbrica, oggi invoca il rispetto delle fonti riservate e della privacy a propria tutela.
La redazione di Report ha protestato contro le "fughe di notizie" relative all'inchiesta, chiedendo alle autorità di intervenire, senza forse rendersi conto della palese contraddizione con il proprio operato storico, che ha spesso ignorato le norme sul segreto investigativo.
Il boomerang del garantismo a corrente alternata
Il punto centrale sollevato da Papetti riguarda la natura a corrente alternata del garantismo. L'invito a non trasformare i sospetti in accuse e le ipotesi di reato in condanne, un principio che la stessa Report ha spesso disatteso nei confronti dei propri "bersagli", oggi viene rivendicato da chi quel bersaglio è diventato. La critica mossa da alcuni osservatori e dallo stesso direttore del Gazzettino è che il "metodo Report" si sia sempre basato su un'insinuazione che diventa accusa, su un contesto che si trasforma in colpa.
Ecco allora che la vicenda Lavitola, con le sue zone d'ombra e le sue coincidenze, si trasforma in un boomerang per il conduttore. La "strana" amicizia tra Ranucci e Lavitola, le cene nella sua abitazione, i viaggi e i consigli sul carbon credit, il tentativo di lanciarlo in politica: tutto questo è diventato, agli occhi dei critici, la prova che il metodo di insinuazione utilizzato da Report può essere applicato anche a sé stesso.
La redazione di Report ha votato all'unanimità la solidarietà a Ranucci e rilancia la campagna social per difendere la correttezza di 30 anni di inchieste. Tuttavia, questa difesa corale rischia di apparire come la chiusura di una trincea, più che come un'apertura al contraddittorio.
La sospensione delle repliche e le reazioni politiche
In questo quadro, la decisione dell'amministratore delegato della Rai, Giampaolo Rossi, di sospendere "cautelativamente" le repliche estive del programma, a tutela del "brand" e in attesa di chiarezza sull'inchiesta, ha fatto precipitare la tensione. Sigfrido Ranucci ha definito la scelta "sconcertante" e basata su "congetture assurde", mentre la Federazione Nazionale della Stampa Italiana (Fnsi) ha parlato di un attacco al diritto di cronaca e ha accusato il governo di voler mettere le mani sulle fonti.
La richiesta del ministro Adolfo Urso di un "check" sulla veridicità delle fonti è stata letta come un'inammissibile ingerenza politica. Tuttavia, la posizione di Papetti offre una prospettiva diversa: non si tratta di difendere una parte politica, ma di far valere delle regole che devono essere uguali per tutti.
Se chi per anni ha calpestato la privacy altrui, violato il segreto istruttorio e trasformato i sospetti in sentenze oggi pretende di vedere applicato il garantismo che non ha mai concesso agli altri, è la credibilità stessa dell'informazione a essere in gioco. Il "contraccolpo" che sta vivendo Report non è un attacco alla libertà di stampa, ma una conseguenza delle sue stesse contraddizioni.




