Meteo, verso lo split del vortice polare a marzo: cosa significa per l'Italia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Le ultime elaborazioni dei modelli matematici, nel loro incedere quotidiano, continuano a proiettare verso i primi giorni di marzo uno scenario di rottura per l’alta atmosfera. Ci si riferisce, in particolare, a quanto potrebbe accadere nella stratosfera, quello strato che si sviluppa approssimativamente intorno ai trenta chilometri di quota, dove i venti che abitualmente ruotano attorno al Polo Nord, imprigionando l’aria più fredda, mostrano chiari segni di cedimento. L’ipotesi, sempre più consistente, è quella di un’inversione del flusso e di una vera e propria divisione del vortice polare in due distinti lobi: la dinamica, questa, che gli esperti definiscono con il termine tecnico di "Split" e che rappresenta la condizione necessaria affinché si possa parlare di un Major Sudden Stratospheric Warming, il brusco riscaldamento della stratosfera in grado di stravolgere le carte in tavola dell’inverno.

L’evoluzione prevista per l’inizio del mese

Prima di assistere a eventuali stravolgimenti, la prima decade di marzo si presenterà con una configurazione ben definita e, per certi versi, opprimente. Una saccatura, una profonda area di bassa pressione, tenderà a posizionarsi nel cuore del Mediterraneo rimanendovi di fatto bloccata, incapace di spostarsi verso levante. Questo stallo, determinato dalla resistenza opposta da un robusto campo di alta pressione consolidato sull’Europa orientale, produrrà un pattern di precipitazioni estremamente selettivo. Le piogge, laddove si verificheranno, tenderanno a concentrarsi quasi esclusivamente su areali circoscritti: la Sardegna, con una probabilità che sfiora il novanta per cento, sarà la regione più esposta, in particolare tra giovedì 5 e sabato 7 marzo; in misura minore, con un sessanta per cento di possibilità, il nord-ovest e i settori tirrenici potrebbero ricevere qualche rovescio. L’aspetto che maggiormente colpisce, tuttavia, riguarda ciò che le proiezioni del modello GFS suggeriscono per le giornate immediatamente successive a questa fase di blocco. Si osserva, infatti, la possibilità di un richiamo da est di una massa d’aria significativamente più fredda, capace di determinare un generale calo termico. Le temperature, in questo contesto, potrebbero risultare persino inferiori a quelle registrate nell’ultima parte di febbraio, regalando un sussulto invernale al nord, sebbene in un contesto che si preannuncia prevalentemente asciutto sino a metà mese.

Il ruolo del riscaldamento globale in questo schema

Una dinamica di questo tipo, per quanto possa apparire controintuitiva, si inserisce perfettamente nel quadro più ampio di un riscaldamento globale ormai acclarato. Il fenomeno noto come Amplificazione Artica, infatti, alterando il gradiente termico tra il polo e l’equatore, tende a rendere la corrente a getto più ondulata e incline a profonde meandri, favorendo quelle situazioni di blocco atmosferico che permettono all’aria gelida di scivolare verso sud con maggiore facilità rispetto al passato. È un paradosso solo apparente: l’aumento della temperatura media del pianeta, che si aggira ormai intorno a 1,5 gradi sopra i livelli preindustriali, non annulla la possibilità di ondate di freddo, ma ne modifica la frequenza e talvolta ne accentua l’intensità quando le condizioni geografiche e circolatorie lo consentono. L’energia in gioco nell’atmosfera è maggiore e questo si traduce in estremi più marcati su entrambi i fronti, sia caldi che freddi.

L’inverno che non vuole abdicare

Ci troviamo, è bene ricordarlo, nella coda finale di febbraio, e l’atmosfera sopra l’Italia e gran parte dell’Europa continua a mostrare i tratti distintivi di una stagione che non ha alcuna intenzione di cedere il passo. Nonostante il calendario ci proietti ormai verso la primavera meteorologica, la situazione attuale è dominata da una configurazione di alta pressione che nulla ha a che vedere con scenari estivi anticipati, ma che anzi, per alcuni versi, prepara il terreno a possibili colpi di scena. Il freddo, quando arriva in questo periodo, tende ad avere un impatto diverso rispetto al pieno inverno: le giornate sono più lunghe e la radiazione solare più intensa, e questo mitiga gli effetti sulle temperature massime, ma le minime notturne, specie al nord e nelle valli, possono facilmente spingersi verso valori molto bassi, aumentando il rischio di gelate tardive. Un elemento, quest’ultimo, che agricoltori e operatori del settore tengono d’occhio con una certa apprensione, memori dei danni che simili irruzioni hanno provocato in annate recenti su coltivazioni pregiate come vigneti e frutteti, già in fase di germogliamento.

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