Sgarbi, la procura chiede il rinvio a giudizio per il quadro di Manetti
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Redazione Interno
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La lunga vicenda che lega Vittorio Sgarbi al dipinto “La cattura di San Pietro”, un’opera seicentesca di Rutilio Manetti, ha compiuto un passo decisivo sul piano giudiziario, con la richiesta di rinvio a giudizio per il reato di riciclaggio avanzata dalla procura di Reggio Emilia. La richiesta, che segue un’indagine durata due anni, si concentra esclusivamente su questa imputazione, dopo che le accuse, inizialmente più ampie, di autoriciclaggio e di contraffazione del bene sono venute meno, come spesso accade quando i procedimenti si affinano e si concentrano sugli aspetti ritenuti più solidi dall’accusa. L’udienza preliminare, celebratasi a porte chiuse per consentire alle parti di presentare le proprie argomentazioni, ha dunque segnato un punto di svolta in un’inchiesta che sembrava essersi persa nel silenzio, offuscata dalle recenti cronache sulla salute del critico e da questioni di carattere familiare.
Le origini della disputa sul dipinto
La ricostruzione dei magistrati, la quale si basa sulle dichiarazioni del pittore reggiano Lino Frongia – il quale ha ammesso di aver apportato un intervento, consistente nell’aggiunta di una fiammella, sull’opera su incarico dello stesso Sgarbi –, fa risalire l’origine del caso al lontano 2013, quando il quadro fu sottratto dal castello di Buriasco, in Piemonte. Dopo quella data, del Manetti non si seppe più nulla, fino alla sua improvvisa ricomparsa, otto anni dopo, in una mostra organizzata a Lucca e curata dal noto critico, il quale lo presentò come un’opera inedita di sua proprietà. Questa sequenza temporale, unita alla modifica materiale dell’oggetto, costituisce il cuore dell’ipotesi accusatoria, che vede nel percorso compiuto dal dipinto, dalla scomparsa alla riemersione in un contesto del tutto legittimo, gli estremi di operazioni finalizzate a renderne opaca la provenienza illecita.
Il percorso giudiziario e le sue implicazioni
Oltre alla richiesta di processo per Sgarbi, la procura ha sollevato una questione cruciale riguardante la custodia del bene, chiedendo al giudice di valutare la sua restituzione alla legittima proprietaria, privata dell’opera dal furto. Questo aspetto, che procede parallelamente al procedimento penale, aggiunge un tassello significativo alla vicenda, restituendo centralità alla sorte del dipinto stesso, il cui valore, dopo le alterazioni subite, rimane oggetto di valutazione. La posizione del critico, che ha sempre respinto ogni addebito e si è dichiarato estraneo ai fatti, dovrà ora essere difesa in un’aula di tribunale, dove si decideranno le sue responsabilità penali per un reato che, secondo il codice, prevede una pena detentiva che può arrivare fino a un massimo di sei anni di reclusione.
Il quadro normativo e le prospettive immediate
La scelta di procedere per il solo capo di riciclaggio, delimitando il perimetro dell’azione giudiziaria, riflette una precisa strategia accusatoria che, abbandonando i capi d’imputazione più deboli o di difficile dimostrazione, punta a consolidare la propria tesi di fronte al giudice. La normativa in materia, che colpisce chiunque compia operazioni su beni di cui conosce la provenienza delittuosa, si applica in questo caso a un bene culturale, categoria per la quale la legge prevede una tutela rafforzata, data l’importanza del patrimonio artistico nazionale. La palla passa ora al giudice per le indagini preliminari, che dovrà valutare la sussistenza delle condizioni per l’emissione di un decreto che disponga il rinvio a giudizio, dando formalmente il via al processo.




